Un imprenditore turco, Enver Yucel, farà appello a governi, fondazioni e privati per far nascere un’università per i rifugiati siriani in Turchia, assicurando un suo contributo personale del valore di 9,5 milioni di dollari per il primo anno. Sostiene che il pericolo più grande sia lasciare i rifugiati a languire senza istruzione proprio come in certi paesi europei, dove le popolazioni emarginate sono facili reclute per gli estremisti.

Finora, il governo turco ha permesso agli studenti siriani di iscriversi nelle università statali turche senza sostenere test d’ingresso o di presentare troppi documenti, ma i requisiti linguistici restano il vero grande ostacolo. Yucel è un imprenditore a capo del gruppo Education Bahcesehir ha fatto fortuna aprendo università private in Turchia con sette sedi internazionali, tra cui Washington, Toronto, Berlino e anche una International Academy of Rome, a un passo da Piazza Venezia.

Propone una soluzione ambiziosa: un sistema universitario accreditato, con corsi in arabo, inglese e turco, in più campus da costruire in prossimità del confine meridionale tra Turchia e Siria. Ci mette 10 milioni di dollari suoi per il primo anno. La proposta è sfidante, anche nei confronti dei cittadini turchi che non vogliono i rifugiati di alcuna etnia, li considerano manovalanza per la criminalità, e contestano la presenza dei campi profughi. Mentre gli osservatori internazionali sottolineano il ruolo di Erdogan, di appoggio ‘silenzioso all’Isis’, con l’opposizione turca che lo accusa di condurre politiche dannose per della sicurezza interna al Paese con il sostegno ai gruppi armati in Siria, in Turchia ci sono più di due milioni di profughi siriani.

Tra loro 400mila, prima dei conflitti e della fuga nei territori turchi, avevano conseguito un diploma superiore e dovevano passare agli studi universitari. Le università turche ne hanno ammessi solo il 2%, i siriani oltre alla loro lingua madre parlano un inglese fluente, ma sono ostacolati, tra le altre cose, dal fatto che le lezioni delle università dove vi sono i campi profughi, e in realtà in tutto il Paese, sono in lingua turca. Nel gennaio scorso, Enver Yucel, è stato intervistato dall’ Associated Press in un articolo pubblicato su New York Times, insieme con i giovani siriani.

Un diciannovenne del centro di rifugiati Nizip, vicino Gaziantep, città sul confine meridionale turco, ha raccontato il suo sogno di diventare un ingegnere: “Quando la guerra in Siria finirà, ci sarà bisogno di molti ingegneri”A metà aprile in un reportage di Npr.org la piattaforma news di Us National Public Radio, la questione è stata rilanciata in una prospettiva più concreta , tenendo conto non solo della condizione dei giovani siriani, ma anche dei docenti universitari siriani profughi in Turchia. Il racconto della vita di più di mezzo milione di minori nella città di Reyhanli, dove i rifugiati hanno creato una sorta di comunità parallela, dove vivono famiglie numerose i cui genitori non hanno nemmeno 20 anni, dove bambini meno che adolescenti devono lavorare duramente, è desolante.

Yucel, ha dichiarato a Npr.org che i profughi siriani difficilmente avranno la possibilità di tornare in Siria, conseguono matrimoni e lavorano in Turchia, si trovano in quella che le Nazioni Unite definiscono una “condizione prolungata di rifugiati“. “I siriani sono ormai residenti permanenti e hanno cambiato il tessuto sociale della Turchia“, una verità che i funzionari di Stato turchi non vogliono riconoscere. “Se sono residenti, formiamoli secondo i nostri standard ” è l’opinione di Yucel. Da anni alcune università turche, sono classificate tra le prime cento al mondo dal Times Higher Education, tra queste Middle East Technical University di Ankara, subito dopo quota cento gli atenei Boğaziçi University e Istanbul Technical University. La Turchia è nel programma Erasmus, meta di molti studenti italiani, e ha stretto partenariati con Business School francesi, americane, asiatiche, eroga dottorati che hanno valore in Europa.

Attualmente la trattativa politica per l’università siriana in Turchia è in fase di stallo e il fundraising non è ancora arrivato ai 50milioni di dollari per immatricolare i primi 1.500 studenti siriani. Gradualmente sta raccogliendo consensi interni, e dall’opposizione al partito di Erdogan, con il sostegno diretto degli Stati Uniti “C’è potenziale per arrivare fino a 20.000 studenti“, ha affermato Yucel, che non si dà per vinto.