Se l’ex coniuge si rifà una famiglia, perde il diritto al mantenimento, anche se si tratta di una convivenza e non di un matrimonio in piena regola. Così si è espressa la Cassazione con la sentenza n. 6855 del 3 aprile 2015, riconoscendo maggior peso di un tempo alla famiglia di fatto, non più intesa come soluzione temporanea, ma stabile quando i conviventi elaborano un progetto di vita in comune.

Ma è giusto cancellare tout court tale diritto? La risposta non è così semplice. Chi l’assegno lo dà sostiene che mantenere l’ex coniuge, magaria oltranza, sia pura follia. In presenza di una nuova unione, poi, peggio ancora. Chi invece lo riceve, lo rivendica a titolo di risarcimento per aver rinunciato alla carrier professionale a favore della famiglia.

Chi ha ragione? Prima di rispondere è bene fare alcune considerazioni.

Primo. Coppie sposate e coppie di fatto non hanno gli stessi diritti. Com’è noto, infatti, in Italia l’unica forma di famiglia riconosciuta è quella fondata sul matrimonio. Lo dice la Costituzione. In caso di separazione, quindi, all’ex coniuge va un assegno di mantenimento, all’ex convivente un grazie e arrivederci. Su quale sia la soluzione migliore ciascuno di noi avrà la propria opinione, ma la distinzione è senza dubbio paradossale. E a maggior ragione lo è se si pensa ai più recenti sviluppi normativi che, seppur faticosamente, hanno avvicinato il nostro Paese a un più equo ribilanciamento dei diritti. Solo per citarne alcuni, riforma della filiazione che ha cancellato le discriminazioni tra figli legittimi e naturali, legge sulla violenza domestica che ha previsto pene identiche per i reati commessi in costanza di convivenza e matrimonio, leggi regionali e regolamenti che hanno equiparato negli anni le coppie di fatto (con figli) a quelle sposate nelle graduatorie per case popolari e asili.

Secondo. In tema di occupazione femminile fanno riflettere gli ultimi dati diffusi (Rapporto Istat 2014). Tra il 2008 e il 2013 il numero di lavoratrici è cresciuto in Germania (+7%), Belgio (+4,8%), Austria (+4%), Svezia (+3%) e Regno Unito (+2,5%), ma non in Italia (-0,7%). Il tasso di occupazione (46,5% nel 2013) è rimasto nettamente inferiore al valore medio dell’Ue (58,7%). È aumentata la quota di donne occupate in gravidanza che non lavora più a due anni di distanza dal parto (dal 18,4% nel 2005 al 22,3% nel 2012 con punte del 29,8% nel Mezzogiorno).

Terzo. Nel 2013 sono stati celebrati in Italia 194.057 matrimoni (13 mila in meno rispetto al 2012, 53 mila in meno negli ultimi cinque anni). Quindi, certamente, più convivenze.

Tutto questo per dire che la coppia è tale in ogni caso e non dovrebbe essere condizionata dallo status giuridico. Se il diritto all’assegno di mantenimento non vale per l’ex convivente, non dovrebbe valere neppure per l’ex coniuge, e non solo quando quest’ultimo si rifà una famiglia. Che non ha più alcun senso, nella società contemporanea (e tantomeno in tempi di crisi), che le donne scelgano di non lavorare. La scelta è un atto volontario che si compie in presenza di più alternative possibili. Assumerne una comporta sempre qualche effetto collaterale. Che il matrimonio sta morendo, perché la legge l’ha reso altro da ciò che dovrebbe essere. Giovanni Bollea era solito dire che la separazione è una storia d’amore che finisce e una storia di soldi che comincia. Come dargli torto?