Pensavo a voi lettori giorni fa, uscendo da una riuscita riunione di lavoro. A partecipare eravamo: tre rappresentanti di start-up, uno di un istituto di ricerca oncologica, due di un’azienda produttrice di strumenti biomedicali e io per l’università. Pensavo ai commenti del blog scettici sulla volontà e capacità dell’accademia di contribuire alla crescita economica italiana; quella riunione era un bell’esempio in positivo.

Ma poi ho anche pensato ad altre riunioni, solo fra universitari, in cui si era aspramente dibattuto sulla natura di società “spin-off” e sul possibile conflitto d’interessi di docenti. In quelle riunioni lo iato fra università e industria era palese e lo scetticismo sarebbe stato pienamente giustificato.

n8_spinoffVediamo un po’ quali sono i possibili modelli d’interazione università-impresa. Uno è molto tranquillo: progetti congiunti in cui i diversi attori richiedono fondi istituzionali. Era l’obiettivo della prima riunione di cui parlavo: una proposta che presentiamo nel programma quadro Horizon 2020. Nessuno ha dubbi che questa sia la forma di finanziamento esterno più trasparente. D’altra parte non è previsto che ci sia (almeno direttamente) un interesse economico privato per un docente. Viene apprezzato, almeno a parole, lo sforzo interdisciplinare e di trasferimento tecnologico e, se la proposta viene accolta, siamo tutti felici. O quasi felici perché, nell’ambito della ricerca di base come quella matematica, i brevetti e i contratti non contano ai fini concorsuali.

Un altro modello è il contratto, la convenzione, la ricerca commissionata, insomma il “conto terzi”. Un’azienda ha bisogno di competenze specifiche e d’avanguardia? Si può rivolgere a chi quelle competenze le sviluppa naturalmente: un gruppo attivo in un ente di ricerca, in particolare in un’università. Naturalmente paga per questo. E’ il caso, per esempio, di un contratto che ho in corso con la stessa ditta biomedicale di cui sopra. Il mio ateneo trattiene il 10% per finanziare tutte le sue attività, il grosso va al mio gruppo di ricerca, una quota va al personale amministrativo che si occupa direttamente del contratto e volendo sarebbe prevista anche una quota di “utili”, cioè quattrini che entrano in busta paga ai docenti coinvolti. Su questa modalità nessuno ha da ridire: è in atto da moltissimo tempo e nessuno trova ambiguo o imbarazzante un guadagno personale. (Nel mio caso ho chiesto zero utili non per purezza d’animo, ma perché il mio stipendio mi basta, mentre il mio gruppo di ricerca ha disperatamente bisogno di soldi.)

Infine abbiamo da una quindicina d’anni gli spin-off, società che nascono col contributo dell’università in termini di consulenza, di spazi ed eventualmente di partecipazione al capitale sociale. Cosa succedeva prima? I nostri laureati e dottori di ricerca contribuivano al progresso scientifico e tecnologico dei gruppi all’interno dell’università, poi – salvo i pochi che proseguivano con la carriera accademica – staccavano di brutto e andavano a fare tutt’altro. Da una parte loro buttavano via le conoscenze acquisite, d’altra parte il gruppo di ricerca doveva ricominciare con qualcun altro. Uno spin-off invece permette a questi giovani di far fruttare tutto quello che hanno imparato; per di più costituisce un eccellente tramite fra il gruppo di ricerca e la realtà esterna, dato che la nuova azienda ha bisogno di conquistarsi un mercato e di produrre profitto.

Il problema nasce quando allo spin-off afferisce un docente. Non solo ciò è frequente, ma in generale è anche auspicabile, se la persona “ha un nome” e dà una garanzia all’esterno. Questo docente si trova in un doppio ruolo: da una parte attira finanziamenti utili ad acquistare attrezzature, a finanziare borse, a dare lavoro a neolaureati, permette alla ricerca universitaria di crescere e di trovare uno sbocco nel tessuto economico della Nazione; d’altra parte ne trae un vantaggio economico personale come socio dello spin-off, quindi in una modalità ben diversa da quella, fortemente regolamentata, degli utili di un contratto. (Nota di chiarimento: il problema non mi tocca personalmente.)

Temo che l’università italiana non abbia ancora maturato un modo di risolvere questa ambiguità. Sarebbe bene che questo avvenisse al più presto, perché – ci crediate o no, cari lettori – l’università italiana può fare molto per il progresso nazionale, purché riesca a moderare la sua diffidenza per il profitto e anche un certo snobismo intellettuale (v. anche il mio primo post).