Poche sorprese, salvo qualche “abbellimento” qui e là, dalle 146 pagine del Documento di economia e finanza approvato in via definitiva venerdì sera dal Consiglio dei ministri in ritardo di 10 ore rispetto alla prima convocazione. Come anticipato martedì dal ministro Padoan, la crescita del Pil è prevista quest’anno allo 0,7 per cento, il prossimo all’1,4 e nel 2017 all’1,5 per cento. Vengono confermati poi gli obiettivi di indebitamento netto indicati lo scorso autunno: 2,6% nel 2015, 1,8% nel 2016 e 0,8% del Pil nel 2017. Sul fronte delle tasse spunta invece un tentativo di maquillage che era assente nelle bozze: nel documento si legge che la pressione fiscale “a legislazione vigente” è destinata a salire dall’attuale 43,5% al 44,1% nel 2016 e 2017, ma dopo le polemiche dei giorni scorsi nel Def è stato inserito un focus che la ricalcola conteggiando gli 80 euro come taglio fiscale e non come spesa e dando per cancellate le famigerate clausole di salvaguardia. Cosa che però richiederà un intervento ad hoc da inserire nella prossima legge di Stabilità. Con questo trucco, però, il rapporto tra gettito e Pil risulta finalmente compatibile con le dichiarazioni di Renzi, cioè in discesa. Tanto da calare già quest’anno sotto il 43 per cento.

tabella pressione fiscale

Il rapporto tra debito e pil crescerà invece nel 2015 dal 132,1 al 132,5%, per poi scendere nel biennio successivo a 130,9 e 127,4 anche grazie al contributo delle privatizzazioni. Tutti numeri “prudenziali“, si legge nel documento: gli obiettivi “potranno essere rivisti positivamente a settembre con la Nota di Aggiornamento del Def” e il Governo “non esclude che per quella data sia possibile indicare un tasso di crescita più elevato; ciò offrirebbe margini più ampi per la riduzione della pressione fiscale”.

Scende poi, grazie al programma di acquisto di titoli di Stato messo in campo dalla Bce di Mario Draghi, l’esborso per interessi sul debito pubblico: le uscite sono viste in calo dai 75,1 miliardi del 2014 ai 69,3 miliardi del 2015. L’anno prossimo risaliranno a 71,2 per poi tornare su un cammino discendente.

Quanto alla spending review, da cui il governo conta di ottenere risparmi per 10 miliardi, sono confermate le aree di intervento emerse dalle bozze del Def nelle scorse settimane: rafforzamento del sistema Consip per gli acquisti di beni e servizi, razionalizzazione dei 10mila capitoli di spesa contenuti nei bilanci dei ministeri e delle partecipate degli enti locali, riduzione delle agevolazioni fiscali – per quasi 2,5 miliardi, più degli 1,5 che comparivano nelle bozze – stretta sugli assegni di invalidità percepiti in modo illecito, ricognizione degli incentivi alle imprese in vista di un riordino. Per quanto riguarda la sanità, applicazione dei costi standard e riduzione delle poltrone nelle Asl: “Non è normale che ci siano Regioni con sette province e 22 Asl, per me è un’esagerazione”, ha chiosato Renzi.

A legislazione vigente, e nonostante la manovra 2015, la spesa pubblica continua comunque imperterrita il suo trend di ascesa, che anzi accelera: dagli 827 miliardi del 2015 a 843 nel 2016, fino a superare gli 860 miliardi nel 2018. Questo nonostante, come puntualmente fa notare anche quest’anno la Cgil, nel Def non siano previste risorse aggiuntive per sbloccare gli stipendi dei dipendenti pubblici. D’altro canto – il Tesoro lo aveva fatto notare l’11 aprile 2014 rispondendo a identiche accuse del sindacato – “il finanziamento delle risorse per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego è effettuato con la legge di Stabilità”, che viene approvata a ottobre. Dunque le proteste sono perlomeno premature.

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