“Nel 2018 questo incubo di questa montagna di debito che può attivare terribili regole di taglio della ghigliottina andrà finalmente via e credo che per la prospettiva dell’Italia questo sarà un risultato importante”. La terminologia è da film dell’orrore, ma a utilizzarla è stato l’austero ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, nel corso della conferenza stampa a palazzo Chigi dopo il Consiglio dei ministri che ha esaminato in via preliminare il Documento di economia e finanza. L'”incubo” a cui fa riferimento Padoan è la zavorra del debito pubblico, che nell’estate 2014 ha toccato il massimo storico in termini assoluti (2.167,7 miliardi di euro) e quest’anno si attesterà al 132,5% del Pil. Ma dal prossimo inizierà a scendere: “Nel 2016 al 130,9% e poi al 123,4 nel 2018”. Per quanto riguarda l’indebitamento, “nel 2015 è previsto al 2,6, nel 2016 all’1,8%, nel 2017 all0 0,8%”, fino a ridursi a zero nel 2018. “Quindi nel 2018 rispetteremo la regola del debito (cioè l’azzeramento del rapporto deficit/Pil nominale previsto dal Fiscal compact, ndr)“, ha promesso Padoan.

Il risultato, stando agli auspici, sarà raggiunto grazie al “contributo delle privatizzazioni“, da cui tra 2015 e 2018 sono attesi introiti pari all'”1,7-1,8% di Pil”, vale a dire la bellezza di oltre 26 miliardi. “L’ultima operazione in termini di tempo è quella su Enel“, ha ricordato il ministro. “Nel frattempo stiamo lavorando intensamente sull’operazione Poste, che è molto ambiziosa. E ci sono in cantiere Ferrovie dello Stato, Enav eccetera”. I tempi? “Sono dominati sia dall’andamento dei mercati sia dalla necessità di valorizzare al meglio le aziende di proprietà dello Stato che hanno un valore in sé e che continueranno ad avere un valore in termini manageriali. Parliamo quindi di privatizzazioni ma non di perdita di controllo“.

Pareggio strutturale di bilancio nel 2017. Ma per l’anno prossimo il governo farà appello alla nuova flessibilità europea – Tornando al dettaglio dei conti pubblici, contrariamente alle indiscrezioni dei giorni scorsi il pareggio di bilancio strutturale – cioè il rapporto deficit/pil a livello zero al netto degli effetti della situazione economica contingente – è confermato per il 2017. In compenso però per l’anno prossimo il governo si appellerà ai nuovi criteri di flessibilità europei in base ai quali i Paesi che mettono in campo riforme strutturali con un impatto misurabile sulla crescita economica hanno diritto a “sconti” (fino allo 0,5% del Pil) sugli sforzi di bilancio richiesti per raggiungere il pareggio. E’ sufficiente che si impegnino a conseguirlo entro quattro anni dall’attivazione della clausola, come Palazzo Chigi ha appena fatto. Nel comunicato di Palazzo Chigi si legge che l’esecutivo intende “contenere l’aggiustamento strutturale” dello 0,4%, limitandosi allo 0,1% del Pil rispetto allo 0,5% altrimenti richiesto dalle regole comuni. Questo equivale ad assicurarsi uno spazio di manovra di oltre 6 miliardi. Per poterlo sfruttare occorre però il via libera della Commissione europea, che riceverà a stretto giro di posta il Def e i suoi allegati – Programma nazionale delle riforme e aggiornamento del Programma di stabilità – e entro maggio darà il proprio verdetto. Nel caso sia positivo, sarà lo stesso esecutivo Ue a raccomandare all’Ecofin di dare più tempo al Paese per raggiungere l’obiettivo del pareggio.

La crescita resta debole. Ma insieme alla minor spesa per interessi dovrebbe disinnescare le clausole di salvaguardia – Per quanto riguarda la crescita, Padoan ha spiegato come il governo abbia “stimato prudenzialmente la crescita del Pil allo 0,7% quest’anno, all’1,4% nel 2016 e all’1,5 nel 2017”. La previsione per il 2015 è inferiore a quelle di Confindustria ma superiore dello 0,1% rispetto alla stima comunicata dall’Ocse. L’esecutivo comunque, stando a quanto hanno detto il premier e il titolare di via XX Settembre, ritiene di essersi tenuto sufficientemente cauto da evitare di dover poi ritoccare i numeri al ribasso, operazione che farebbe contenti i “gufi”. Categoria sotto cui finiscono di diritto anche i media che, ha detto il ministro, “in queste settimane e mesi” hanno veicolato “un tam tam su un aumento delle tasse, e questo è semplicemente falso, l’impegno del governo è credibile, lo dimostrano gli 80 euro, il disinnescare le clausole in gran parte con la spending review e in parte con i crescenti benefici della crescita” e la spesa per interessi sul debito inferiore rispetto alle precedenti previsioni: se i tassi non aumentano dovrebbe attestarsi intorno ai 70 miliardi contro i 74 stimati dal precedente Def.

Il libro dei sogni di Padoan: “Tornano investimenti privati” e l’economia va “verso una fase di crescita capace di creare occupazione” – Sempre in linea con l’ottimismo ostentato dal premier, Padoan ha poi colto l’occasione per rivendicare che gli investimenti privati in Italia “stanno tornando”. E chissà se il riferimento è all’opa cinese su Pirelli o all’acquisto del 50% di Yoox da parte di Richemont, che ha suscitato gli entusiasmi – via Twitter – di Renzi. E proprio a Twitter il ministro ha affidato l’ultimo commento sul documento: “Un #Def di ampio respiro che proietta l’economia italiana verso una fase di crescita sostenibile, responsabile e capace di creare occupazione”. Più renziano di così.