Spiaggia di Ostia. Pontile della Madonnina. Valerio Mastandrea si guarda intorno, allarga lo sguardo sul set, poi si gira e dice: “Se penso che cinque settimane fa eravamo proprio su questa spiaggia, e dovevamo ancora cominciare, non ci avrei mai creduto che ce l’avremmo fatta ad arrivare fino a qui”.

Il set è quello del terzo film girato in oltre trent’anni da Claudio Caligari, autore di pellicole di culto come Amore Tossico (1983) e L’Odore della Notte (1998). Giunto al penultimo giorno di riprese il nuovo film, Non Essere Cattivo, sta finalmente per essere terminato. “Questo è il quarto film che cerchiamo di fare insieme da L’Odore della Notte, ma tutte le storie che Claudio voleva raccontarci le ho viste nascere e morire per le ragioni più disparate – racconta Mastandrea, nell’insolita veste di produttore delegato del film – Per riuscire a realizzare questo le abbiamo provate tutte, compresa la famosa lettera a Scorsese, ma l’ostracismo che ha impedito a Caligari di girare i suoi copioni (da una sceneggiatura tratta da Andare ai Resti di Emilio Quadrelli fino all’opzione sui diritti di Romanzo Criminale, ndr) sembrava aver vinto ancora una volta. Fino a che Rai Cinema, Kimerafilm, Taodue e LeoneFilmGroup non ci hanno creduto. Mi sembra una favola. Dal punto di vista di uno che lavora da oltre vent’anni nell’ambiente, questo è il progetto ideale”.

Si sta girando una scena al tramonto, i protagonisti pescano mentre il carrello della macchina da presa manovrata dal direttore della fotografia Maurizio Calvesi scivola “contro-natura”, come faceva Tonino Delli Colli con Pier Paolo Pasolini. E all’opera del regista, poeta e scrittore friulano, rimanda continuamente questo film. “Non Essere Cattivo è ambientato nei primi anni Novanta, quando finisce l’epoca del sottoproletariato pasoliniano, dei valori della borgata come alterità alla morale borghese. Pur essendo un’ideale continuazione di Amore Tossico, girato sempre a Ostia, ne è invece la fine – racconta Caligari nella pausa tra un ciak e l’altro – I due personaggi principali, Vittorio come il protagonista di Accattone (Pasolini, 1961) e Cesare come quello di Amore Tossico, non possono più avere le connotazioni di questi due film, perché dopo l’invasione dell’eroina arrivano le nuove droghe sintetiche e mutano i comportamenti. Qui racconto come la causa del cambio di paradigma, la fine di quei valori della borgata, sia proprio nel cambio del tipo di droga che circola”.

Perché sono dovuti passare trent’anni per vedere uscire alla luce questo film, che nella storia vuole chiudere il ciclo di Amore Tossico e nella forma riprende invece gli stilemi noir de L’Odore della Notte, lo spiega lo stesso Mastandrea: “Perché negli ultimi vent’anni l’attenzione al cinema come strumento di diffusione e approfondimento culturale, da parte di chi poteva gestire le risorse e del pubblico, è cambiata molto. Nel ventennio berlusconiano il modello culturale è la prima serata del sabato su Canale 5. Non credo debba esistere solo un cinema alto, difficile, anzi. Ma abbiamo corso il rischio che la cultura diventasse un unico ‘bucio de culo’ (citazione dalla serie tv Boris, ndr) urlato in tv a mezzanotte o a mezzogiorno, come in un film. Un’opera come Non Essere Cattivo può aiutare, in questi tempi bui, chi nei confronti della cultura ha un sentimento di stimolo continuo e di ricerca”. Il set si sposta dalla spiaggia di Ostia. È notte, e in un immenso parcheggio di Fiumicino circondato da palazzoni popolari oltre cui si erge maestoso il nulla, si girano alcune scene tipiche del cinema di Caligari: amicizia e droga, solitudine e alienazione, i corpi caldi e materiali degli attori immersi in ambienti austeri, dipinti con gelida perfezione: “Perché l’ambiente è ostile. Non è mai favorevole ai miei protagonisti, né creato a loro misura, ma a vantaggio di altre persone”, spiega Caligari mentre prova e riprova ogni scena, allarga e stringe inquadrature aiutato dall’onnipresente Emanuel Bevilacqua.

Sul cinema di Caligari ci illumina ancora Mastandrea: “C’è un dominio assoluto del copione, che ha un senso ineluttabile. Il rigore nei confronti della sceneggiatura e poi la trasformazione di questo copione nella messa in scena filmica è stupefacente. Come se la sceneggiatura ti dovesse suggerire non solo il senso della scena ma anche come arrivare alla sua traduzione su pellicola”.

Sulla recitazione Silvia D’Amico, protagonista con Luca Marinelli e Alessandro Borghi, dice: “Ci chiede di essere nel personaggio, il più naturali possibili. Ma poi vuole che rendiamo le emozioni oggettive, avulse dal contesto”. Un cinema autoriale e formalista, assolutamente brechtiano, dove ogni fotogramma ha significato e vita propria, che nasce con Dreyer e Bresson e arriva a Fassbinder e Scorsese, passando sempre attraverso Pasolini. “Nel film c’è una biforcazione tra i due personaggi: uno va verso Pasolini e la droga, l’altro invece è investito da una connotazione diversa, forte e inaspettata, il lavoro – racconta Caligari – Entrambi perderanno la loro battaglia, e chi la perde nel modo più doloroso è quello che entra nel mondo del lavoro. Come in Rocco e i suoi Fratelli (1960) di Visconti, dove Ciro va in fabbrica. Ma oggi manca quella fiducia verso il lavoro che si poteva avere cinquant’anni fa. Oggi il lavoro è precario, o non c’è. E la redenzione non è più possibile”.

Come sembra impossibile per questo regista scontroso, autoriale e fuori dagli schemi. Militante politico con e senza la macchina da presa. Un uomo che per un attimo ritrova l’ottimismo della volontà nei movimenti come No Tav e No Muos, ma poi ricade nel pessimismo della ragione e ti racconta di un capitalismo che riuscirà ad aggirare i limiti naturali inventando sempre nuovi consumi. Non sembra esserci via d’uscita, come non c’è per i protagonisti dei suoi film destinati all’ineluttabile sconfitta. O forse c’è. Ed è proprio in un modello di cinema che spinge a interrogarti su quello che ti circonda, per cambiarlo in meglio.

il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2015