Quando i rappresentanti di uno Stato abusano del monopolio della forza per praticare violenza ingiustificata su individui inermi si consuma uno dei più odiosi crimini moderni. Una condanna per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti degradanti”, è un’onta molto pesante. La famosa accusa, avanzata da Amnesty International, della “più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, è motivo di profonda vergogna.

Con la condanna all’Italia da parte della Corte di Strasburgo si aggiunge un altro tassello alla lunga vicenda giudiziaria del G8 di Genova, dell’irruzione nella scuola Diaz e di ciò che è avvenuto in seguito nella caserma di Bolzaneto. Una storia lunga quattordici anni, fatta di condanne, prescrizioni, un senso di insoddisfazione da parte di chi rappresenta e difende le vittime di quelle violenze, e un dibattito sull‘inadeguatezza della legislazione italiana in merito alla tortura.

Ciò che invece è mancato in questi anni è una seria condanna politica da parte dell’opinione pubblica. Un’intera classe politica, al potere nel 2001, è uscita indenne da questo buco nero della storia democratica italiana. Non è neppure stato necessario fare un po’ di marketing politico post-scandalo adottando alla svelta una legge adatta a punire in modo adeguato episodi di tortura.
Se i recenti scandali legati al malaffare hanno spinto una parte consistente dell’opinione pubblica a fare pressione perché si approvi al più presto una nuova legge anti-corruzione, e a chiedere conto del perché quella legge sia bloccata da troppo tempo in Parlamento, tutto ciò non è avvenuto dopo il G8 di Genova, nonostante ci siano stati film, libri, articoli, documentari, in abbondanza.

Al punto che è stata la Corte europea dei diritti dell’uomo, in questa sua ultima sentenza, a dovere ricordare ai cittadini italiani dell’esistenza di un vuoto legislativo in merito al reato di tortura. Un vuoto che ha impedito di inquadrare in modo corretto i fatti avvenuti in quel luglio di quattordici anni fa.