E’ di qualche giorno fa la prima sentenza di incarcerazione per feticidio ai danni di Purvi Patel. Non succede in Afghanistan o in Marocco, non succede in Somalia e nemmeno in India. Accade negli Stati Uniti del 2015.

Purvi Patel vive in Indiana in una famiglia conservatrice indù con i genitori e i nonni invalidi. Quando resta incinta, siccome la famiglia non approva il sesso prima del matrimonio, tiene nascosta la gravidanza. Ma quando tra la 23esima e la 24esima settimana entra in travaglio nel bagno di casa, partorisce un bimbo morto. Sconvolta dallo shock, ripone il feto in un sacco di plastica e lo butta in un cassonetto. Quando si presenta in ospedale con una forte emorragia, è costretta ad ammettere di aver avuto un aborto spontaneo.

Ma Purvi Patel non viene creduta. L’accusa sostiene di essersi procurata l’aborto mediante pillole abortive ordinate online (l’acquisto delle pillole è legale ma con prescrizione medica) benché l’esame tossicologico effettuato sulla donna non abbia trovato riscontro.

Purvi Patel viene condannata sia per feticidio (condizione per la quale il feto dovrebbe essere morto in utero) che per abbandono di minore (il feto dovrebbe essere nato vivo); una contraddizione di fondo visto che l’uno esclude l’altro. Purvi Patel, oltre al dramma umano di aver perso il suo bambino sconterà, nella democratica ed emancipata America del terzo millennio, una pena detentiva di vent’anni.

L’episodio, a detta di molte voci dentro e fuori dal coro di attivisti, segna un tragico precedente nella storia legale americana e manda un messaggio forte alle donne su come vivere la loro gravidanza. Un segnale che intende punire, anziché tutelare, tutte quelle donne che potrebbero avere un aborto spontaneo, un bimbo nato morto o che vogliono gestire in autonomia il diritto di terminare una gravidanza. La pratica abortiva nei termini previsti, all’interno di una struttura ospedaliera, resta ancora legale, ma il caso di Patel rende la linea di demarcazione tra feticidio e aborto molto sfuocata.

E’ probabile che da oggi, in America, molte saranno le donne a temere di recarsi dal proprio dottore per paura di essere perseguibili per legge. Non è da escludere che invece di ricorrere alla più basilare assistenza medica le dirette interessate comincino a creare una rete privata e clandestina per garantirsi una certa privacy. Questo sarebbe un passo indietro di circa sessant’anni. Prima dell’introduzione del birth-control le donne che restavano incinte, praticavano per disperazione rimedi fatti in casa che nel peggiore dei casi (tanti) terminavano la gravidanza con la morte stessa della madre tra atroci dolori. Purghe di varia natura, aceto nell’utero, bevande di sapone concentrato, voli da fienili e scalinate, sono alcuni dei sistemi utilizzati un tempo.

Belfast Clinica Aborto

E’ ancora forte nei confronti della gravidanza la volontà di gestione da parte della società e dell’uomo, e tuttora l’aborto è considerato da molti un crimine moraleSimone de Beauvoir, nel suo classico Il secondo sesso, sostiene che “la società così accanita nel difendere i diritti dell’embrione si disinteressa dei bambini nel momento in cui sono nati”, denunciando la mancanza di strutture di assistenza sociale. E inoltre, “si rifiuta di ammettere che il feto appartenga alla madre che lo porta, mentre si permette che il bambino sia proprietà dei genitori”.

Ma Purvi Patel non ha abortito. Purvi Patel ha perso il suo bambino. Un bambino che sicuramente le avrebbe creato non pochi problemi all’interno della sua famiglia d’origine, ma che aveva comunque deciso di tenere (le informazioni a disposizione non confermano il contrario).

Purvi Patel deve aver affrontato la gravidanza nella più opprimente solitudine e quando ha cominciato a sentirsi male, ha compiuto un atto discutibile e insensato, e molte nella sua condizione avrebbero agito diversamente. Un atto che l’ha fatalmente compromessa.

Credo che l’immagine di ciò che ha visto in quel bagno la rincorrerà come uno spettro per ogni giorno della sua vita futura. E se così non fosse, le verrà comunque ricordato per i prossimi vent’anni dalle sbarre dietro le quali la società dei benpensanti l’ha cacciata, scordandosi di lei non appena ‘giustizia’ è stata fatta.

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