Tutti gli automobilisti lo avranno notato: ci sono distributori che vendono benzina e gasolio a prezzi stracciati, anche con 20 centesimi di sconto rispetto alla concorrenza. Ottima notizia per chi ha un auto e si è fermato lì a fare il pieno, ma a qualcuno i conti non tornano: a volte lo scontrino è troppo basso per essere economicamente sostenibile. Il sospetto è che dietro ci siano frodi fiscali, se non il contrabbando: quantitativi di carburante acquistati in maniera fraudolenta senza avere pagato l’Iva, che è pari al 22% del fatturato, possono essere rivenduti a prezzi molto più bassi rispetto a quelli dei concorrenti onesti. L’altra ipotesi è che vengano costituite ad hoc società che poi falliscono in breve tempo, prima di versare le imposte.

Del resto, alcuni precedenti ci sono. Come quello del maggio scorso, quando un’azienda austriaca di trasporto che operava in prevalenza nel territorio italiano, senza avere una partita Iva italiana e senza avere mai presentato una dichiarazione dei redditi, ha comprato oltre 260 autobotti di carburante da fornitori italiani, dichiarando falsamente che il prodotto era destinato all’esportazione e pertanto in esenzione d’imposta.

Così, di recente, il sindacato dei benzinai Fegica ha gettato un sassolino nello stagno, segnalando alla Guarda di Finanza che un impianto a Francavilla a Mare (Chieti), pratica un prezzo al pubblico “fortemente alterato rispetto ai parametri rilevabili sul mercato, locale e nazionale”. Fegica fa una serie di calcoli per mostrare che non è possibile avere listini tanto bassi senza rimetterci economicamente: al momento della segnalazione, il costo finale, senza alcun onere aggiuntivo, doveva risultare pari a 1,307 euro al litro per il diesel e a 1,382 per la benzina. Il prezzo dell’impianto in questione era invece di 1,199 sul gasolio e 1,299 sulla verde. Rispetto al Platts (ossia l’indice di riferimento internazionale corretto per valutare l’andamento dei prezzi dei carburanti) c’era uno sconto di circa 11 e 8 centesimi. Motivo per cui si è iniziato a parlare di “vendita sottocosto”. Il sindacato ha chiesto quindi che “vengano chiariti fatti, all’apparenza in contraddizione con le regole del mercato, che danneggiano la categoria rischiando un effetto di desertificazione che, alla lunga, finirebbe per incidere negativamente anche sulla possibilità degli automobilisti di rifornirsi in regime di concorrenza”.

Quello di Francavilla è solo un esempio, di casi simili ce ne molti altri sparsi per l’Italia. Al momento, va sottolineato, nulla prova che la vendita di carburante a prezzi tanto bassi sia frutto di illeciti. Anzi, potrebbe realmente essere la dimostrazione che la concorrenza stia iniziando a fare il suo dovere. Tuttavia, i sindacati chiedono maggiori controlli e trasparenza, anche solo per fugare ogni dubbio. “Verso queste aree distributive che praticano prezzi anomali chiediamo che sia alzato il livello di sorveglianza come pure sui titolari degli impianti e sulla tracciabilità dei prodotti commercializzati”, dice il presidente della Faib, Martino Landi, in un’intervista rilasciata a checkupprezzinews.it. Oltre al rischio di evasione fiscale, che sottrarrebbe soldi alle casse dello Stato e alle tasche dei consumatori, c’è in ballo anche il lavoro dei benzinai degli impianti accanto che così vengono messi fuori mercato.

Ad alimentare i sospetti (e la confusione) ci sono, tra l’altro, le frequenti notizie di cronaca sul carburante introdotto clandestinamente in Italia. Come quella dei giorni scorsi sulle oltre 4mila tonnellate di diesel “in nero” importato dal 2013 ad oggi. L’inchiesta, condotta dalla Procura di Roma, ha già portato a 8 arresti eseguiti dalla Guardia di Finanza di Roma e decine di perquisizioni in Italia e in altri cinque Paesi della Ue (Germania, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania e Malta). Oppure quella sul distributore abusivo nell’entroterra di Genova, sequestrato dalla Guardia di Finanza, dove sono stati trovati circa 800 litri di carburante clandestino.