Dieci milioni l’anno dal divieto di cumulo tra pensioni e retribuzioni per chi fa politica. Con tanto di “recupero forzoso” delle somme erogate. Altri 65 dalla stretta “totale” sul finanziamento ai partiti, con il taglio ai contributi per la presenza sui media, alle agevolazioni postali e all’Iva agevolata per la pubblicità. Un freno poi all’abuso sistematico che i partiti e i politici fanno delle strutture e delle società pubbliche, considerate alla stregua di uffici al loro servizio e caricate di “costi impropri”. A livello locale, la stretta passava dalla remunerazione dei consiglieri regionali da parificare a quella del sindaco del capoluogo e dall’abolizione del Tfr per i sindaci. Ecco i pilastri della cura da cavallo che la squadra di Cottarelli aveva ipotizzato di somministrare alla politica, eliminando sprechi, costi e privilegi per 700 milioni di euro. Misure che avrebbero toccato direttamente portafoglio e privilegi degli eletti, arrivando perfino al mitico “barbiere” della Camera. E infatti quelle proposte sono rimaste nel cassetto. Consegnate un anno fa, pubblicate a singhiozzo sui giornali, venivano accolte tiepidamente dal governo Renzi che, di lì a poco, avrebbe dato il “benservito” allo stesso Commissario che tornerà al Fondo Monetario. A rileggere oggi si capisce perché

La pistola alla tempia della politica sprecona
Documento n.3, titolo: “Costi della politica”. Forse il più caldo dei 19 rapporti che sono stati caricati sul sito revisione della spesa. Con le sue 107 pagine, è il documento più corposo e complesso dell’intera operazione Cottarelli che voleva portare 60 miliardi di risparmi in tre anni. E’ anche il più spinoso di tutti: prova ne sia la difficoltà che chi lo ha redatto – sostenuto da un mandato governativo – ha incontrato perfino nella raccolta delle informazioni. Il gruppo di cinque professori coordinati da Massimo Bordignon (Università Cattolica) ha lavorato da metà di dicembre del 2013 alla fine di febbraio 2014.

Più volte, nel rapporto, ha messo nero su bianco la resistenza opposta dagli uffici tecnici che tengono la cassa e i registri dei “costi della politica”: “Il lavoro è stato reso difficoltoso dalla difficoltà di accesso ai dati e dalla bassa qualità degli stessi, anche una volta resi disponibili. L’eterogeneità della contabilità regionale per esempio ha reso molto difficile svolgere stime accurate sugli effetti delle proposte e sugli interventi già adottati”. Il concetto torna nell’ultima pagina del rapporto come uno sfogo liberatorio e un monito, a significare che il velo sui costi della politica non è calato del tutto: “Restano misteriosi e non accessibili molti dei flussi finanziari che rappresentano forme diverse di finanziamento del sistema della politica nel nostro Paese. In questo campo, l’esigenza della trasparenza e della massima fruibilità dei dati rappresenta ancora un obiettivo da raggiungere”.

Detto questo, nel documento sono indicati i pilastri che il gruppo di esperti aveva individuato per ridurre i costi abnormi della politica, senza per altro intaccare funzionamento e garanzie di rappresentatività delle istituzioni della Repubblica. Da lì, si raccomandavano, bisognava partire per dare anche un messaggio agli italiani afflitti dalla crisi. Il governo Renzi fa sapere che ripartirà con la revisione della spesa, ma iniziando dai trasferimenti alle imprese. Le misure indicate da Cottarelli&co per sfrondare i costi della politica restano così sulla carta. Eccole.

Stop alle rendite: dai doppi incarichi ai vitalizi
A pagina 104 c’è qualcosa che somiglia tanto a una trave nell’occhio per chi campa di politica: non una limatura, ma addirittura un divieto di cumulo tra pensione e retribuzione per chi ha incarichi pubblici. I tecnici lo definivano “un segnale forte all’opinione pubblica di eliminazione di privilegi percepiti come insostenibili”. Nello specifico il provvedimento riguardava i titolari di pensione erogata dagli enti previdenziali (o in generale da organi la cui attività è sostenuta da finanziamenti a carico del bilancio statale) che si trovano a svolgere incarichi di governo o in sedi istituzionali come Quirinale, Corte dei Conti, Consiglio di Stato e Tar, di sindaci, assessori o consiglieri regionali, consigliere di amministratore di società pubbliche, devono riversare allo Stato l’importo della pensione.

I risparmi – scrivono i tecnici – non sarebbero indifferenti, certamente nell’ambito di qualche milione, forse anche qualche decina di milioni. Da lì all’abolizione del vitalizio il passo era brevissimo: “Poiché tutte le pensioni incorporano un cadeau implicito legato al continuo allungamento della vita rispetto alle previsioni e criterio retributivo per il loro calcolo, in particolare i vitalizi dei parlamentari e consiglieri regionali, sembra irragionevole che soggetti che già beneficiano di un diretto finanziamento dello stato, si trovino a guadagnare un reddito a carico dello stesso soggetto (il contribuente) che paga una parte della sua pensione”.

“Riversare le pensioni dei politici”
E quindi? Due terapie, d’urto. I titolari di dette pensioni che si trovassero a svolgere attività retribuita a titolo dipendente o autonomono “devono, per il periodo di svolgimento di tali attività, riversare al bilancio dello Stato l’importo della pensione”. La disposizione non risparmiava nessuno. Nel documento viene specificato che riguarda gli incarichi di governo (ministri e sottosegretari), le cariche negli organi costituzionali (Quirinale, Corte Costituzionale, Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Csm, Tar), le cariche di consigliere/assessore regionale, sindaco, ambasciatore, prefetto etc… Dal lato pratico questi soggetti, una volta rilevato il trattamento pensionistico “devono sottoscrivere contemporaneamente l’atto di riversamento della loro pensione a un capitolo del bilancio dello Stato che destina i fondi a interventi a sostegno dell’economia o a riduzione delle imposte”. Viceversa, i compensi percepiti nello svolgimento delle attività “non dovrebbero dare luogo a versamento di contributi previdenziali potenzialmente produttivi di nuovi diritti pensionistici”. Come stupirsi che non sia passata?

Il finanziamento pubblico che sopravvive
Il capitolo n. 4 riguarda il finanziamento pubblico ai partiti. Ma come, non era stato abolito? Eh no, perché alcune forme di sussidio sono rimaste in piedi e continueranno a drenare risorse pubbliche. L’intervento ipotizzato dai Cottarelli-boys puntava all’eliminazione di queste voci residuali, con una previsione di risparmi pari a 65 milioni di euro in tre anni. Quali voci? Ad esempio il beneficio dell’aliquota al 4% per le spese di pubblicità da parte di partiti e candidati che è stata introdotta nel 1993 e ampliata nel 2004 fino a ricomprendere “[…] materiale tipografico, inclusi carta e inchiostri in esso impiegati, l’acquisto di spazi d’affissione, di comunicazione politica radiotelevisiva, di messaggi politici ed elettorali sui quotidiani e periodici, l’affitto dei locali e per gli allestimenti e i servizi connessi a manifestazioni.” I sussidi, rilevano i professori, hanno una loro ratio ma sono “eccessivamente generosi” tanto che “fa specie che l’IVA sulle spese di pubblicità sia fissata al 4%, ovvero la stessa aliquota che è vigente per i beni di prima necessità”. E dunque: “Si suggerisce di fissare l’aliquota per queste spese al 10%, livello già presente nell’ordinamento attuale”.

Dai bolli alle radio, dove corrono i sussidi indiretti
I partiti beneficiano anche di una tariffa agevolata per l’affrancatura della corrispondenza, pari a 0.04 euro per lettera. In termini quantitativi – per il periodo dal 2005 al 2011- questo sussidio si concretizza in un credito di Poste Italiane nei confronti del Tesoro per 550 milioni di euro. Da qui la proposta al governo: innalzare a 0,10 euro per lettera la tariffa per l’affrancatura della corrispondenza.

Altro capitolo, i contributi a giornali e radio di partito che tra il 1993 e il 2012 sono costati rispettivamente 330 milioni per la sopravvivenza di 25 testate e 90 milioni per sei radio legate ad altrettanti movimenti politici. Gli esperti non mettono in discussione la loro utilità sociale e politica. Ma rilevano il carattere “antieconomico” di tale sussidio, soprattutto in ragione del dato abnorme sulle copie che vanno dritto al macero. “Il dato sulle copie rese – si legge a pagina 92 – è particolarmente negativo per i quotidiani di partito, in quanto si aggira in media intorno al 90% (da confrontarsi con il 22% del Corriere della Sera e di Repubblica, il 30% de La Stampa, e il 40% per il Giornale)”. Pur avendo subito una graduale riduzione nel tempo, anche i finanziamenti ai mass media collegati con forze politiche, cooperative ed enti con finalità benefiche appaiono tuttora eccessivi. “Una percentuale ragionevole è una riduzione ulteriore del 20%”.

Bocciata la riforma del 2014. “Favore ai partiti”
Vale la pena anche segnalare la bocciatura secca della riforma del 2014 che avviando l’abolizione progressiva del finanziamento pubblico ha introdotto deduzioni per le donazioni private ai partiti che solo tra quest’anno e il prossimo costeranno all’Erario ben 43 milioni di euro. Nel documento l’obiezione è in grassetto: “Non appare evidente il motivo per cui ai finanziamenti privati ai partiti debba essere riconosciuto un regime di favore rispetto alle altre associazioni. Oltre a creare un costo al bilancio pubblico, previsioni e sconti di questi tipo rischierebbero pesanti effetti di spiazzamento nei confronti di altre associazioni meritevoli ma che non potrebbero competere in termini di sconti”.  Idem per il contributo a chi frequenta corsi e scuole di formazione politica. E dunque il giudizio è: rivedere tutto.

Stop ai partiti che vanno a scrocco
Non quantificati sono invece i risparmi derivanti dal contenimento di un malcostume dilagante della politica. Vale la pena riportare l’intero passaggio: “Sia in Parlamento che in tutte le strutture rappresentative di governo locale – si legge a pagina 92 –  i partiti godono di molti servizi reali: personale e strutture a disposizione operanti in un mercato dove i fattori produttivi ricevono remunerazioni inflazionate. Si tratta di un ulteriore contributo pubblico al funzionamento della politica che contribuisce altresì a distorcere l’allocazione delle risorse”. Le distorsioni, viene ricostruito nel dossier, operano in tre direzioni. “Siccome le remunerazioni sono inflazionate rispetto alle prestazioni richieste, i politici operano in modo da inserire persone appartenenti alla stessa area, indipendentemente dal merito e dal profilo professionale. In questo caso si tratta di premi o pagamenti indiretti dati a collaboratori fedeli“.

In secondo luogo alcune risorse degli apparati amministrativi risultano di fatto “al servizio dei politici”. In questo caso si tratta di un uso privato e improprio di risorse pubbliche. “In terzo luogo vi sono servizi reali forniti gratuitamente -o a prezzi simbolici- ai politici eletti, i quali costituiscono una forma di benefit aggiuntivo (ristoranti e barbieri di Camera e Senato) e che peraltro non rientrano nell’imponibile dei redditi personali come invece avviene per i fringe benefit erogati ai dirigenti delle imprese private”. Soluzione minima? “Le posizioni apicali nelle imprese pubbliche soggette a nomine politiche devono avere carattere temporaneo, con la previsione che la retribuzione segua la funzione effettivamente svolta”.

Il dossier si chiude con un auspicio che si rivela oggi beffardo. L’ultima pagina consiglia di procedere entro febbraio 2014 a un “primo gruppo di misure che portino a risparmi di spesa distribuiti nel periodo 2014-2016”. In subordine suggerisce di non perdere tempo e di “predisporre, per le misure proposte, i necessari documenti amministrativi o legislativi necessari per la loro attuazione. Sarebbe preferibile presentare tali documenti al momento della presentazione delle proposte. Se ciò non fosse immediatamente possibile, i documenti dovrebbero essere predisposti entro la fine di marzo”. Ma intendevano il marzo 2014, non questo.