Dopo le dichiarazioni e le “linee guida” ci siamo, il governo ha dato il via libera alla riforma della governance della Rai. Con una provvedimento che però, assegna ai partiti e  al governo stesso ampi poteri sull’azienda. Il Consiglio dei Ministri di oggi pomeriggio ha dunque dato il disco verde a uno dei provvedimenti più attesi e discussi dell’ultimo scorcio di esecutivo di Matteo Renzi.

Sono tre le parole d’ordine scandite da Renzi: “Riduzione dei membri del Cda e semplificazione. Individuazione di un responsabile, come avviene in tutte le nostre riforme. Il cda fa il cda e la commissione vigila: chi gestisce l’azienda non deve più rendere conto ai bilancini delle singole correnti dei partiti”.

Il nuovo consiglio di amministrazione
Viene confermato l’impianto essenziale, già annunciato dal governo. La riforma prevede la sostituzione del sistema di governance attuale con uno composto da 7 membri anziché 9: la nomina del presidente del Consiglio di amministrazione è effettuata dal consiglio di amministrazione medesimo nell’ambito dei suoi membri. L’elezione del Consiglio di amministrazione avviene sulla base di una lista composta da 4 membri eletti dal Parlamento, ovvero due eletti dalla Camera dei deputati e due dal Senato della Repubblica con voto limitato, 2 membri di nomina governativa designati dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze e un membro designato dall’assemblea dei dipendenti. Il Consiglio di amministrazione, oltre ai compiti attribuiti dallo statuto e dalla legge, approva il piano industriale, il piano editoriale, il preventivo di spesa annuale, gli investimenti superiori a 10 milioni di euro.

L’amministratore delegato
Inoltre, si contempla un amministratore delegato con pieni poteri indicato dal Cda sentito dal Tesoro, vale a dire dal governo. Ed è questo il punto più critico della riforma perché molti sostengono che il legame tra l’esecutivo e l’azienda Rai continuerebbe ad essere troppo diretto. Detto diversamente, la riforma doveva togliere le mani dei partiti dalla Rai. E invece le sostituisce con quelle del governo che esercita tramite l’ad un peso rilevantissimo. “I poteri dell’amministratore delegato della Rai rispetto al cda sono quelli classici: il cda approva gli atti fondamentali, l’attuazione è affidata all’amministratore delegato”, ha precisato il sottosegretario Antonello Giacomelli in conferenza stampa a Palazzo Chigi. L’ad della Rai “avrà la facoltà di decidere una spesa che sale dai 2,5 milioni di oggi ai 10 milioni di euro e avrà la possibilità di decidere sulle nomine dei dirigenti apicali. Assume in pieno la responsabilità di essere idoneo alla mission del contratto di servizio pubblico. Non è un dipendente di Rai e viene sottoposto ai limiti economici stabiliti dalla normativa vigente”.

Vigilanza, canone e concessione
Resta poi la Commissione di Vigilanza che cambia però missione. “Viene mantenuta e rafforzata nella sua funzione di controllo di tutto ciò che è servizio pubblico, che non può essere invece sui palinsesti”. Renzi mette però le mani avanti sui tempi. Sostiene che la riforma è stata “proposta” e non imposta al Parlamento. Ma avverte anche che se non verrà approvata in tempo – ovvero entro luglio – il Cda della Rai verrà nominato con la legge Gasparri.

La governance non esaurisce la proposta del governo che tocca anche altri due punti. Il secondo è la riforma del canone, su cui c’è una delega che nelle intenzioni del governo dovrebbe tradursi in legge entro un anno dall’entrata in vigore del Ddl. Renzi ha fatto sapere di preferire l’abolizione a favore di un servizio pubblico a carico della fiscalità generale. “C’è l’idea di riflettere su questo modello e semplificarlo” per “combattere un’evasione allucinante per cui i cittadini onesti lo pagano e altri che si rifiutano”. Il sottosegretario che gli stava accanto si è detto contrario. Siparietto a parte la parola spetta al Parlamento.

La terza riguarda il rinnovo della concessione alla Rai. L’idea è recuperare la centralità del servizio pubblico nella vita del Paese un “ruolo di traino dal punto di vista culturale, un ruolo centrale nel digital divide, e un’offerta editoriale rivolta al mercato internazionale”.

Intanto si registra la prime reazioni sindacali. “Nessuna discontinuità. Non c’è la rivoluzione che noi auspichiamo. Ci aspettavamo la rottamazione della Legge Gasparri, insieme al controllo sulla Rai dei partiti e dei governi. Su questo si era impegnato il presidente del Consiglio dei Ministri. Ma la soluzione annunciata oggi non va affatto in questa direzione”, secondo Fnsi e Usigrai.

Nello stesso documento programmatico diffuso dal governo non sono mancate sotttolineature polemiche. “La Rai non è una municipalizzata di provincia, non può sottostare a procedure cavillose o avere l’incubo della Corte dei Conti” e “deve gareggiare con i grandi network a livello mondiale”, “la Legge Gasparri va nella direzione opposta, condannandola a subire spaccature e rissossità del Parlamento”.

Dal documento emergono altri dettagli sulla Rai futura, a partire dai canali e dalle regole interne all’azienda. “Il servizio pubblico deve ridefinire la propria offerta editoriale, con un nuovo progetto che rivisiti e razionalizzi la mission e il numero dei propri canali televisivi, anche in relazione alle possibilità offerte dalla convergenza tra media, Internet e telecomunicazioni”.