Il 19 aprile Farkhuda, una ragazza di 27 anni, a Kabul, accusata ingiustamente di aver strappato delle pagine del Corano, è stata massacrata di botte da decine di uomini mentre gli altri, centinaia, compresi i poliziotti, stavano a guardare e filmavano quanto accadeva. Infine hanno dato fuoco al suo corpo sulle rive del fiume, a due passi dalla moschea.

Farkhuda aveva appena discusso con un Mullah intento a vendere amuleti di vario genere alle donne nell’area sacra in cui a loro è permesso stare nella moschea, disapprovandolo. Di contro lei è stata accusata di aver bruciato il Corano e la folla lì presente, senza chiedersi quale fosse la verità, ha attaccato la ragazza. Lei, che era molto religiosa e rispettosa dei precetti dell’Islam.

Alla famiglia in un primo momento hanno chiesto di dichiarare l’infermità mentale di Farkhuda, per chiudere il caso, ma così non è stato.

Al suo funerale la bara è stata portata a spalla da diverse donne afghane vestite di nero, con il consenso del padre e del fratello della ragazza, contro ogni protocollo e costume che vuole che siano gli uomini a farlo. Le donne hanno cantato sulla sua tomba: “Farkhunda è una figlia dell’Afghanistan. Oggi è toccato a lei, domani potremmo esserci noi“.

Quanto è successo ha spinto le donne d’Afghanistan in una profonda prostrazione e depressione, disagio, confusione, paura. Le ha fatte tornare indietro pensando che il peggio possa realizzarsi per ognuna di loro anche oggi per un qualsiasi motivo. Alcune donne coinvolte nei progetti di Fondazione Pangea a Kabul hanno testimoniato i loro sentimenti, ad esempio Angela: “Sono depressa, l’uccisione di Farkhuda è la svalutazione di 13 anni di risultati portati avanti in Afghanistan, compreso il mio impegno. Ancora una volta il popolo afghano ha dimostrato che le donne in questo Paese non possono vivere tranquillamente, senza violenza, perché nella loro mente Talib e fondamentalisti sono nel giusto. Invece  voglio sottolineare che l’Islam è Sacro e questa religione è pulita, non ha a che vedere con queste convinzioni. Tuttavia questo loro atteggiamento sicuro è molto pericoloso per tutti, specialmente noi, donne afgane, ma voglio ribadire che nessuno  può fermare la nostra lotta di fronte di violenza e nessuno può fermare il miglioramento delle donne afghane. Abbiamo bisogno di una grande campagna di sensibilizzazione per tutto il nostro popolo.”

Nadia racconta: “Anche io sono Farkhuda. Da quando ho sentito cosa è successo a lei mi sento a disagio, perché appartengo a un Paese in cui ancora le donne sono le prime vittime di ignoranza, ingiustizia e ogni piccola causa di screzio può voler dire dichiarare la propria morte. Là dove ancora l’essere umano non ha alcun valore. Dopo questa tragedia umana, ogni donna si sente insicura, miserabile, perché può accadere ad ognuna di noi, è per questo che mi sento Fakhunda. Ciononostante è entrata una nuova luce che ha segnato di nuovo la strada da percorrere per le altre donne afghane, per lottare contro l’ingiustizia. L’inumana uccisione violenta è una lezione per l’intera Comunità afghana da far conoscere, non dobbiamo accettare il ripetersi di un tale comportamento mai più.”

In questi giorni sono centinaia le iniziative per dire NO all’impunità e chiedere giustizia.

Alcuni studiosi e esponenti religiosi che in un primo momento avevano giustificato l’accaduto si sono poi scusati e hanno ritirato quanto detto. Il 24 marzo un gruppo di giovani ha rinominato una strada vicino all’area in cui viveva questa ragazza “Via di Farkhuda”. Un altro gruppo ha piantato un albero nel luogo dove il suo corpo in fiamme è stato gettato.

Ci sono state dimostrazioni e proteste in diverse città del mondo. In particolare a Kabul martedì scorso sono scese per strada oltre 2000 persone tra donne e uomini chiedendo giustizia. Tra loro l’esponente dell’Afghan Women Council che ha dichiarato: “Siamo stufe! La nuova generazione ha conosciuto solo la guerra, non sono educati, e ora non hanno posti di lavoro.” Scrive Orzala Ashraf attivista per i diritti umani: “Ogni discorso iconico sull’Afghanistan dei presidenti e alti funzionari inizia con il retorico cliché di quanti milioni di ragazze e ragazzi frequentano la scuola. Ma nessuno osa chiedere che cosa è la scuola. Ottenere solo un edificio con banchi e sedie e insegnanti pagati? La definizione di istruzione e di scuole e alunni non ha mai prestato attenzione al contenuto di ciò che viene insegnato ai bambini e ai giovani. E la passività di ogni singolo spettatore all’evento terrificante di giovedì scorso nel cuore di Kabul, è una chiara prova di questo fatto.”

Si teme che questo evento venga strumentalizzato da esponenti politici e cambi il senso della richiesta profonda di cambiamento che una gran parte della società afgana desidera da anni, e che cerca di perseguire attraverso iniziative, progetti, creazione di cultura che non sia violenta. La polizia ha arrestato 28 persone e sospeso i poliziotti che nel video stavano a guardare senza intervenire. Hanno promesso un giusto processo, alcuni parlano e chiedono la pena di morte. Non è ancora chiaro come il tutto procederà.

Quanto successo e la partecipazione civile dimostrata da parte di donne e uomini afgani dovrebbe interrogare profondamente tutta la comunità internazionale su come essere più incisiva e vicina alle donne in Afghanistan e nei luoghi di conflitto. Troppo spesso nei tavoli istituzionali le parole poi non sono seguite dai fatti, dalle Nazioni Unite, agli Stati che dichiarano Pace che poi Pace non è mai, diritti dove c’è più impunità che giustizia.

La volontà degli Stati dovrebbe tradursi in finanziamenti e sostegno alle donne attiviste per i diritti umani nei paesi che vivono situazioni di conflitto e post conflitto, alle donne che gestiscono le organizzazioni locali che pensano alla ricostruzione materiale e sociale di una comunità durante e nel dopo guerra.Una ricostruzione di cambiamento, che trasforma la violenza in capacità di gestione dei conflitti, frustrazione in espressione verbale e propositività.

Nel 2001 i Paesi occidentali non hanno bombardato l’Afghanistan per togliere il burqa alle donne, anche se ce lo raccontano così. Oggi gli Stati occidentali sono impegnati a far vedere come i soldi vengono spesi bene dai militari, anche in attività civili e sanitarie. Ma che tipo di sostegno viene dato alle organizzazioni locali che vogliono costruire un futuro diverso, fatto di rispetto reciproco e cittadinanza? Facciamo che la morte di Farkhuda non sia semplicemente l’ennesimo omicidio-femminicidio da contare nel mondo, ma un punto da cui veramente ripartire per sostenere la pace, le donne, i diritti umani nei luoghi di conflitto.