Torna stasera, alle 21: 15, su Rai 5 il mio appuntamento con “L’arte secondo Dario Fo”. La puntata è dedicata a “Michelangelo, tegno nelle mani occhi e orecchi”. Eccone un’anticipazione.

Negli ultimi anni del Ventesimo secolo vennero alla luce molte opere che di volta in volta furono assegnate a Michelangelo e quindi ai suoi allievi per ritornare di nuovo al maestro. Fra di essi ci sono degli altri Prigioni, un Adone Morente, Torsi virili, Figure maschili adagiate e Nudi femminili di bellissima fattura, tutte opere che esprimono potenza e vitalità impressionanti. Molte di queste sculture sono esposte al Museo dell’Accademia di Firenze dove sta anche l’originale del David. Mi ricordo che, visitando per la prima volta quel museo, ho avuto l’impressione che i busti, i tronchi, i resti di statue mozzate, si scambiassero di posto e si agitassero come le figure mutilate de Il viaggio sulla luna di Luciano di Samosata.

Una indipendenza senza prezzo

Insomma, si ripeteva la provocazione grottesca e crudele immaginata dal poeta greco: il trionfo degli eroi e degli innocenti massacrati insieme nelle guerre oscene d’ogni tempo. Dal 1550 in poi, intorno agli 80 anni, Michelangelo è afflitto da pesanti malanni con straordinarie riprese e continue ricadute. Le mani non gli rispondono più come un tempo; spesso è costretto a ricorrere ai suoi allievi perché concludano gli abbozzi che è riuscito solo ad accennare. I suoi disegni diventano di giorno in giorno più sofferti e affaticati; ormai non li esegue per illustrare progetti ai committenti ma esclusivamente per se stesso e questo succede anche per le nuove sculture. Come dichiara in più di un’occasione: “Sentirsi libero da un proprietario, come dire da un committente, prima ancora di pensare al che fare mi è di grande conforto, e soprattutto mi pone in uno stato di indipendenza che non ha prezzo alcuno. Lavoro il marmo con il piacere ineguagliabile di chi possiede il privilegio di poterne mettere all’opera pietre e massi in gran quantità”. Difatti Michelangelo ora improvvisa direttamente sul blocco intonso, senza nemmeno aver disegnato un foglio. Gusta il piacere di trovarsi fuori da ogni regola e lavora con una frenesia che lo esalta.

L’applauso alla “mazzata” contro la scultura

“Spesso al mattino mi sento spezzato, mi dolgono membra e giunture, ma il pensiero di poter scolpire come mi pare senza alcuno che venga a sbirciare e a far controlli, mi fa assomigliare al mio piccolo nipote che tiene il mio stesso nome quando gioca appresso a me coi pezzi di fango o con le pietre di scarto. Un giorno, sono stato ad osservarlo di nascosto, senza intervenire, mentre con scalpello e mazza dava dentro a una mia scultura già quasi terminata. L’ho perfino applaudito quando ha sferrato una vera e propria mazzata!”. Nel gruppo detto Pietà Bandini appare a sovrastare il Cristo e le due donne che tentano di reggerlo, Nicodemo: ha un volto che ben conosciamo. È l’autoritratto incappucciato del Buonarroti che si sforza disperato di reggere il Cristo che sta scivolando di mano non soltanto a lui, ma anche alle due giovani che lo aiutano. Quest’opera è stata pensata da Michelangelo per la sua tomba. Egli che cerca con tutte le sue forze di trattenere il corpo del Salvatore esprime una chiara allegoria: la vita sua se ne sta andando ed è impossibile trattenerla. Ma come fosse stata davvero colpita nel corpo dalla lancia del soldato romano, la statua un giorno, mentre la sta lavorando ha un sussulto: a causa di una venatura del marmo la gamba sinistra si stacca di netto dal tronco e diviene impossibile riattaccarla. Il Cristo rimane mutilato, come la vittima di una guerra, eppure quella frana oggi pare voluta per produrre ancora più palese la violenza subita dal dio-uomo.

Il coraggio di quelle gambe spezzate del Cristo

Il movimento che si determina appena giri intorno alla scultura e che produce la sensazione di un agitarsi del corpo di Cristo come fosse scosso da tremiti post mortem è davvero angosciante. Egualmente un’altra Pietà, quella di Palestrina, riproduce la stessa sensazione. Qui addirittura le gambe di Cristo cedono come spezzate. Michelangelo in quest’opera introduce qualcosa che non è mai d’uso nella scultura: lo scorcio, che in pittura si risolve in una suggestione quasi paradossale, un trompe-l’œil, vedi il Cristo del Mantegna col corpo rastremato dall’effetto prospettico. Ma in una figura a tuttotondo l’accorciamento sorte una sproporzione normalmente inaccettabile, che pensi esser causata da un errore, invece qui è scientemente voluta per caricare di sgomento l’immagine compiuta. E in questo forzare i rapporti fra i volumi e le forme, Michelangelo nella sua maturità dimostra un coraggio spregiudicato nel generare l’impossibile. Solo grandi scultori moderni come Rodin, Martini e Moore ne hanno colto la lezione qualche secolo appresso.

Foto: ‘Pietà Bandini’

La corruzione del corpo e la trasposizione nelle opere

In quel tempo, i suoi detrattori e anche gli amici commentano: “Egli non è più in sé, vuoi nel concepir forme che nel produrle.”. Di certo le sue statue hanno sofferto, si son contorte quasi per proprio conto. La Pietà Rondanini mostra perfino un braccio appeso fuori dalla figura, di dimensioni più grandi: è un arto estraneo all’opera, quasi a testimoniare quanto Michelangelo abbia scavato, ridotto, graffiato, come se operasse su un osso di uomo autentico. Di questa corruzione inarrestabile della figura umana, il Buonarroti sente il prodursi quotidiano addosso a sé. Così quando osserviamo questi capolavori è come se davanti a noi attori straordinari recitassero le tragedie di Eschilo e Sofocle. “Tu che muovi il tempo e l’animo rendi oscuro di chi vuoi perdere quanto fragile m’appari, o divino Zeus, appena vesti per gioco le nostre spoglie mortali dando a quelle un anelito vitale. Ma in che catastrofe cadi, precipitando appena ti trovi davanti a un’umanità che dimostra di non aver bisogno di te. Sperduto ti scopri e privo d’ogni orgoglio vai implorando aiuto con maggior mortificazione di un bimbo abbandonato nel cesto che galleggia nel mare. ‘Io, scorgendoti così ridotto, sono felice anzi fiero di non essere dio.’ – aggiunge Adamus nella sua antica concione – ‘Noi, uomini e donne, siamo più grandi di te, Signore, perché possediamo il senso della vita e della morte e possiamo viverla oltre che raccontarla. Tu no. Forse è per scoprirne il segreto che ti sei fatto uomo. È perciò che ancora ti amo. E qui mi hai davvero stupito”

il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2015