Nessun caso politico, assicura lui. Che pure ieri ha rassegnato le dimissioni da deputato: ora l’Aula di Montecitorio, ascoltate le sue motivazioni – scritte in una lettera inviata alla presidente della Camera, Laura Boldrini – dovrà decidere se accettarle o meno. Massimo Bray, ex ministro dei Beni, delle attività culturali e del turismo del governo di Enrico Letta in quota Partito democratico (Pd), ha deciso di lasciare il suo scranno. Perché, spiega a ilfattoquotidiano.it, “la Treccani mi ha chiesto un impegno maggiore e personalmente credo che nella vita si possa fare bene solo un mestiere”.

E già perché il deputato pugliese, che in passato ha guidato anche la rivista “Italianieuropei” (l’organo della fondazione che fra i suoi componenti più illustri conta anche gli ex premier Massimo D’Alema e Giuliano Amato), dal 1994 è il direttore editoriale della più famosa enciclopedia italiana. Ora però il consiglio d’amministrazione, nella prossima riunione, potrebbe assegnargli un incarico di maggior prestigio. “Ma aspettiamo e vediamo”, dice lui con un pizzico di scaramanzia. Nel frattempo, salvo clamorosi colpi di scena, Bray rientrerà in Treccani con lo stesso incarico. Sospeso, ci tiene a precisarlo, da quando è entrato in Parlamento. “Ho preso l’aspettativa e per questo, negli ultimi due anni, non ho mai percepito alcun compenso dall’istituto”. Un corrispettivo che, dichiarazione dei redditi 2013 alla mano (l’ultima a cui poter fare riferimento prima che Bray diventasse deputato), supera di poco i 150 mila euro lordi annui.

Per la verità nell’istituto fondato da Giovanni Treccani, presieduto in passato anche da Giuliano Amato (che ha lasciato il suo incarico nel 2013, una volta nominato giudice costituzionale), Bray è entrato quasi venticinque anni fa come redattore responsabile della sezione di “Storia moderna” dell’Enciclopedia La Piccola Treccani. Non solo. Perché fra le esperienze lavorative lui, classe ’59, una laurea in Lettere e Filosofia conseguita nel 1984, annovera anche la presidenza del consiglio di amministrazione della Fondazione “La notte della Taranta”. Dopo aver lasciato la guida del dicastero di via del Collegio Romano al collega di partito Dario Franceschini, inoltre, Bray ha dato vita a “La cultura che vince”.

Una piattaforma per “ripensare l’Italia” e “per dare rappresentanza a tutti coloro che portano avanti progetti, idee, innovazione creando una rete o condividendo on line la rete già presente e diffusa in ogni territorio” (con tanto di omonimo hashtag lanciato sui social network), l’ha definita lui. Che ora lascia la politica per tornare alla professione. Peraltro ben ripagata.

 

@GiorgioVelardi