La breve storia di Gianpietro Manenti alla guida del Parma Calcio finisce con il suo arresto da parte degli uomini della Guardia di Finanza per reimpiego di capitali illeciti a poco più di un mese dal suo arrivo. Tanto poco è durato quindi l’interregno dell’imprenditore di origine milanese, l’uomo delle promesse mai mantenute, che lo scorso 11 febbraio si era presentato nella sala stampa dello stadio Tardini come il nuovo salvatore della società emiliana dopo l’addio dell’ex presidente Tommaso Ghirardi e la ritirata della cordata del petroliere albanese Rezart Taci che aveva visto alternarsi ai vertici del club tre presidenti nel giro di nemmeno due mesi.

Da subito Manenti, titolare di Mapi Group, una società di servizi con sede in una casa di periferia a Nova Gorica in Slovenia, aveva dato garanzie per il futuro del club emiliano, gravato da un debito netto di quasi 100 milioni di euro e con ritardi di sette mesi nei pagamenti di calciatori e dipendenti, assicurando che i soldi sarebbero arrivati al più presto. Ma il denaro nelle casse vuote dei crociati non si è mai visto. Secondo le spiegazioni del patron i bonifici già partiti erano stati bloccati dagli istituti di credito per ragioni a lui sconosciute, poi è stato un susseguirsi di scuse e di altri annunci irrealizzati.

“Sto lavorando, ho un piano di salvataggio che risolleverà la società” ha sempre ripetuto Manenti in questi giorni, ma le sue rassicurazioni sono apparse poco credibili da subito. Poi il terremoto giudiziario che ha fatto precipitare la situazione: la Procura di Parma ha avanzato un’istanza di fallimento verso il club emiliano, aprendo nel contempo un fascicolo per bancarotta fraudolenta che vede tra gli indagati anche Ghirardi e l’ex ds del Parma Pietro Leonardi, e nei giorni scorsi il pool di magistrati aveva incontrato anche i vertici della Dda di Bologna.

In pochi a questo punto confidavano realmente in una svolta che fosse diversa dal fallimento societario. Anche perché in questo mese Manenti è rimasto praticamente solo, isolato dalle istituzioni locali e sportive, e persino da alcuni suoi collaboratori. A prendere le distanze dal nuovo presidente sono stati prima di tutto i tifosi, che vedendo che alle parole non seguivano i fatti hanno più volte auspicato che Manenti lasciasse l’incarico, arrivando perfino ad aggredirlo e a insultarlo pubblicamente, e presentandosi allo stadio con lo striscione con la scritta “Manenti vattene”.

Il sindaco di Parma Federico Pizzarotti poi, che negli ultimi tempi aveva preso a cuore la vicenda della società calcistica, dopo un incontro con il patron lo aveva definito “una persona con nessuna credibilità”, tanto da decidere di estromettere il Parma Calcio dalla gestione e dall’utilizzo del Tardini. Perfino i soci del Cda avevano voltato le spalle al loro vertice, disertando le riunioni e votando contro le mozioni presentate dal presidente.

Intanto, anche per la mancanza di certezze finanziarie da parte di Manenti, la squadra è stata costretta allo stop di due giornate, e solo l’intervento di Lega e Figc con un paracadute da 5 milioni di euro ha permesso la prosecuzione delle partite e la garanzia per il Parma di arrivare almeno fino alla fine del campionato.

Proprio il 19 marzo, il giorno successivo al suo arresto, Manenti avrebbe dovuto presentarsi in Tribunale a Parma per l’udienza pre-fallimentare della società. Un appuntamento che a quanto sembra intendeva rispettare, visto che il 12 marzo aveva consegnato la documentazione richiesta, facendo consegnare i bilanci e la situazione finanziaria dal suo direttore amministrativo. Altri documenti invece erano già stati sequestrati dalla Guardia di finanza su ordine del Tribunale a inizio mese, proprio in vista del contraddittorio. Qualunque fosse il piano di salvataggio che Manenti ha continuato a millantare fino all’ultimo, e che avrebbe presentato in Tribunale proprio il 19 marzo, a questo punto non farà la differenza. Il procedimento per il fallimento del Parma proseguirà anche senza il suo presidente. L’ultima parola sul destino della società l’avranno i giudici.