Doccia fredda per il governo Renzi che per l’anno prossimo dovrà mettere in conto un drastico taglio del 33% dei dividendi dell’Eni, per un incasso complessivamente inferiore di 350 milioni di euro rispetto a quest’anno. Una notizia arrivata dalla stessa compagnia italiana con il nuovo piano industriale che avrà un altro effetto non secondario per chi deve fare i conti con l’oste: a queste condizioni è chiaro che la dismissione di un’altra quota del Cane a sei zampe in mano pubblica, a lungo ventilata e poi, lo scorso autunno, rimandata a tempi migliori, dovrà attendere più del previsto. Del resto la reazione del mercato parla chiaro: in scia alla novità, che include anche la sospensione del piano di acquisto di azioni proprie, il titolo del gruppo petrolifero ha registrato un crollo del 4,59% a 15,58 euro. Contando anche gli altri soci, l’incasso mancato sarà in totale di 1,1 miliardi di euro. Oltre alla Cassa Depositi e prestiti (che si consola con il bond piazzato ai consumatori) al Tesoro, tra i più colpiti ci sarebbe la Peoples Bank of China che attualmente ha in mano il 2,1% dell’Eni.

Colpa, puntano il dito da Londra i vertici Claudio Descalzi ed Emma Marcegaglia, di una situazione di mercato senza precedenti, con il prezzo del petrolio che si è praticamente dimezzato rispetto allo scorso anno.  “Nel nuovo scenario di prezzi del petrolio, abbiamo ritenuto appropriato ribasare il dividendo per il 2015 in linea con i nostri obiettivi strategici“, ha detto in particolare l’amministratore delegato spiegato.  Descalzi, che ha parlato di “scelta giusta”, che possiede una logica “a lungo termine” e che non è stata concordata con gli azionisti, Tesoro e Cdp in testa, ma discussa solo con il board che, però rappresenta proprio i soci.

Ma le novità non sono solo sul fronte della remunerazione degli azionisti. Da un punto di vista più strettamente operativo, il gruppo petrolifero ridurrà del 17% gli investimenti, che si aggireranno sui 48 miliardi di euro, ma viaggia comunque su numeri confortanti, con una produzione di idrocarburi stimata in crescita del 3,5%, con la previsione di nuove scoperte per 2 miliardi di barili e con un andamento positivo per raffinazione, gas e chimica. Diverso il discorso per Saipem, che ha condiviso la cattiva giornata di Borsa chiudendo in flessione del 5,7%: l’Eni ha ribadito l’intenzione di vendere, ma solo quando le cose andranno meglio e, quindi, quando le condizioni di mercato lo consentiranno. Per questo, la controllata nell’ingegneria, sui cui futuri vertici Descalzi non si è voluto sbilanciare, non rientra nelle dismissioni per 8 miliardi che sono state anch’esse ridimensionate in termini di controvalore previsto prima a 9 e poi a 11 miliardi.