E’ l’ultima provocazione della campagna “Salviamo i macachi“. La regia del cortometraggio è stata affidata a Piercarlo Paderno, regista e attivista per gli animali, il quale ha già affrontato il tema della vivisezione su un precedente film intitolato “Aurora“. In realtà, l’obiettivo del corto non è quello di scioccare le persone ma di rilanciare la campagna ancora attiva per salvare i macachi e accendere i riflettori su un tema molto attuale, quello della vivisezione o sperimentazione animale.

Vivisezionare o sperimentare, lo ribadisco, è la stessa identica cosa. E’ stato trovato un altro termine per ‘addolcire’ la pillola. Capita, spesso, in Italia di giocare sulla terminologia. Cambiare il nome a un mestiere non lo rende diverso: operatore ecologico invece di spazzino, collaboratore scolastico invece di bidello, consulente di vendita invece di commesso, solo per citare alcuni esempi. Così il vivisettore è diventato sperimentatore. Ora, tornando al cortometraggio, si vede un uomo imprigionato a una sedia di contenzione chiamata in termini scientifici primate-chair, con un impianto di elettrodi nel cervello realizzato attraverso una breccia ossea nella scatola cranica. L’uomo è costretto a stare immobile per giorni e subire agghiaccianti esperimenti. L’attore-cavia impersonifica un Macaco fascicularis; partendo dalla finzione, si vuole raccontare e mostrare il dolore al quale sono sottoposti i macachi nei laboratori di vivisezione.

La sceneggiatura non è frutto della fantasia del regista o di qualche attivista della campagna ma è il protocollo sperimentale al quale sono sottoposti i macachi nell’Università di Modena. “Nel cortometraggio ho voluto creare una realtà parallela, una realtà in cui a subire i medesimi esperimenti invasivi, mortali, non era un macaco, ma un essere umano. Mi auguro che lo spettatore vedendo il dramma nella riproduzione dell’esperimento su un suo simile possa meglio comprendere il dolore dei nostri cugini macachi, non tanto distanti da noi nella scala evolutiva” afferma il regista. Una quindicina di scimmie sono ancora all’interno del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze presso la Facoltà di medicina e chirurgia. “La nuova legge, vietando l’allevamento di primati, colpisce direttamente questo stabulario che deve quindi dismettere gli animali e sostituire le proprie obsolete ricerche sulle scimmie con modelli alternativi etici, realmente predittivi” commenta la Lav, sostenitrice della campagna lanciata da Animal Amnesty. Da anni la Lav si è resa disponibile a accogliere i macachi, facendosi carico della loro riabilitazione e del mantenimento in centri di recupero adatti per questa specie, ma l’Ateneo non ha voluto fermare questi orribili esperimenti.

Novanta parlamentari hanno già firmato l’appello per la liberazione dei macachi. Settantatré professionisti con competenze tecnico-scientifiche hanno presentato un documento in cui chiedono al Rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia di fermare le sperimentazioni sui macachi, dichiarando: “Gli animali, allevati nello stabulario, sono sottoposti a test molto invasivi che comportano l’inserimento di una spira (una sorte di vite) sotto la congiuntiva oculare, fili di acciaio nei muscoli della nuca e camere di registrazione impiantate nel cervello; tali esperimenti durano anni e hanno come esito la morte”. Tra i firmatari dell’appello molti esponenti della neonata associazione Oltre la Sperimentazione Animale (O.s.a.), che riunisce medici, veterinari, biologi, farmacisti e altri laureati in discipline scientifiche, i quali hanno deciso di unire le loro competenze allo scopo di offrire alla ricerca, modelli alternativi all’uso di animali e fornire informazioni competenti rispetto alla reale utilità della sperimentazione animale. 37mila cittadini hanno già firmato la petizione ancora attiva.

La firma del rettore potrebbe trasformarli da cavie a animali liberi, come già avvenuto con Yuri, il giovanissimo macaco liberato previo accordo tra Comune, associazioni animaliste e responsabili della ricerca dei laboratori siti in Via del Pozzo. Oggi, Yuri vive libero nel Centro di Recupero di Fauna Esotica di Monte Adone, in provincia di Bologna. “Quando Yuri fu liberato, il Comune di Modena fece firmare all’Università, un protocollo d’intesa, con il quale si impegnava a non acquistare nuovi individui per sostituirlo, nell’ottica di una progressiva riduzione del numero di primati. Tale protocollo è ancora in vigore e non risulta essere stato mai violato. Speravamo fosse l’inizio della fine di queste terribili sperimentazioni” mi racconta Piercarlo Paderno.

E invece, nonostante il protocollo firmato e la legge che vieta in Italia gli allevamenti di primati, l’Università non accetta né di interrompere gli esperimenti né di cedere gli animali rimasti. In questo mese il video sarà trasmesso in alcune sale cinematografiche di Modena. Il cortometraggio è solo un altro tassello della campagna, che proseguirà nei prossimi mesi con un crescendo di iniziative, fino a quando l’ultimo macaco non sarà libero.