Secondo la Procura antimafia di Bologna, lui dovrebbe stare dietro le sbarre per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma Giovanni Paolo Bernini di Forza Italia (ex Pdl), ex assessore ed ex presidente del consiglio comunale di Parma, è rimasto libero. La vicenda è quella dell’operazione contro la ’ndrangheta, che a fine gennaio ha portato all’arresto di 117 persone in tutta l’Emilia. Ma non è la prima che coinvolge il politico, arrestato nel 2011 con l’accusa di corruzione (poi rinviato a giudizio nel 2014) e protagonista di un incontro romano con il boss casalese Pasquale Zagaria quando era uno stretto collaboratore del ministro Pietro Lunardi.

Secondo quanto riporta l’ordinanza del gip Alberto Ziroldi che ha negato l’arresto, a scagionare il politico è, tra le altre cose, anche la modifica alla legge sul voto di scambio politico-mafioso voluta ad aprile 2014 dall’asse Pd-Forza Italia e avversata in parlamento solo dal Movimento 5 stelle. Il Gip ha tirato infatti in ballo proprio il nuovo articolo 416-ter del codice penale. La questione è molto tecnica, ma il pensiero del giudice si potrebbe riassumere così: non ci sono prove che il politico abbia commesso il reato di concorso esterno, come sostengono i pm; tutt’al più ci sarebbero indizi di un voto di scambio. Che però, con la riscrittura della legge, non reggono più.

Secondo la Procura di Bologna, in occasione della campagna elettorale per le elezioni comunali 2007, Bernini avrebbe ottenuto dei voti anche dalla ’ndrangheta. A farglieli avere sarebbe stato Romolo Villirillo, originario di Cutro (in provincia di Crotone) e ora in carcere perché considerato uno dei dirigenti della associazione mafiosa in Emilia. Secondo l’accusa in cambio di quei voti sarebbe stato pattuito un compenso di 50mila euro, ma i pm avrebbero traccia solo di 20mila che sarebbero stati versati dal politico sul conto di un prestanome dello stesso Villirillo. Bernini, contattato da ilfattoquotidiano.it, respinge le accuse sia di legami con la ‘ndrangheta, sia di avere dato denaro in cambio di preferenze: “Ho preso 1.700 preferenze ed è normale che un candidato si vada a rivolgere a più persone possibili. Se poi erano di origini cutresi o napoletane a me non interessava niente. Per me erano cittadini di Parma”.

Nonostante la ricostruzione dei pm, secondo il gip non ci sono prove per dire che quello di Bernini era concorso esterno in associazione mafiosa, cioè che lui fosse “a disposizione” delle cosche anche per favori “come ad esempio l’assegnazione di appalti o lavori”. Mentre ci sarebbero indizi sulla “dazione di somme di denaro in cambio dell’appoggio elettorale”. Insomma per il gip si potrebbe contestare eventualmente a Bernini il voto di scambio. O meglio si poteva. Perché qui entra in gioco la modifica. Secondo il giudice la nuova norma ha reso esplicito che “la promessa di procurare voti abbia luogo attraverso il dispiegamento delle modalità di intimidazione proprie dei contesti di criminalità organizzata”. Ma nella vicenda indagata dai pm antimafia Roberto Alfonso, Marco Mescolini e Roberto Pennisi non c’è traccia di intimidazione. Dunque “ove tale dato comportamentale non sia rinvenibile tali condotte sfuggono ora all’intervento penale”.

Ma i pm non ci stanno: come per altri 40 indagati, anche per Bernini hanno fatto ricorso al tribunale del Riesame perché vada in carcere. Nel ricorso i magistrati dell’accusa chiedono che sia riconosciuto a Bernini il concorso esterno, ma in subordine ribadiscono che c’è comunque il reato di voto di scambio. E secondo loro il reato sussisterebbe anche con la nuova legge modificata. Il ragionamento della Procura è questo: è vero che dalle indagini non sono emerse minacce esplicite da parte della associazione mafiosa affinché dei cittadini andassero a votare per Bernini. Ma secondo i pm bolognesi il metodo mafioso non consisterebbe solo nella violenza o nelle intimidazioni esplicite. Basta che un mafioso che influenza il voto sia riconosciuto e temuto come tale dagli elettori, perché ci sia metodo mafioso. Senza che per forza si debba dimostrare che ci sia stato il sangue o le minacce.

Bernini si difende e si dice sereno sulla decisione del Riesame: “Io ho partecipato a quattro elezioni amministrative, risultando sempre tra i più votati, perché facevo cose buone per la mia città. E mi rivolgevo a tutti coloro che erano residenti a Parma”. Poi l’ex amministratore parla anche della modifica al 416 ter: “È una modifica che ha avuto il plauso dei massimi vertici dell’antimafia italiana. Ma anche di Raffaele Cantone. Tutti hanno detto che con questa nuova legge si capisce finalmente che cosa sia il voto mafioso”.