Il parente di Matteo Messina Denaro, che ha ripudiato la mafia, contro l’imprenditrice che ha denunciato le estorsioni del clan mafioso di Castelvetrano. È solo l’ultima polemica che certifica come per il fronte antimafia non sia decisamente un buon momento. Dopo l’arresto di Roberto Helg, il presidente della Camera di Commercio di Palermo “beccato” mentre intascava una tangente, dopo l’indagine per concorso esterno su Antonello Montante, il presidente di Confindustria Sicilia leader nella battaglia degli imprenditori isolani contro il “pizzo”, ecco l’ennesima controversia tutta interna al fronte antimafioso. A scatenarla Giuseppe Cimarosa, cugino di secondo grado di Messina Denaro, autore di un intervento alla Leopolda Sicula (la convention del Pd regionale) durante il quale ha raccontato di voler abiurare quel legame familiare tanto ingombrante. Cimarosa è stato ospite dell’ultima puntata di Servizio Pubblico (guarda il video).

Una presenza televisiva che è diventata presto la miccia per un nuovo rumoroso dibattito. “In riferimento alle polemiche che stanno nascendo al seguito delle mia presenza a Servizio Pubblico ci tengo a chiarire a chi non ne è al corrente , come stanno davvero le vicende che mi riguardano” ha scritto Cimarosa sulla sua pagina Facebook. “Non voglio ribadire – ha continuato – ciò che penso sulla mafia o sui mafiosi (anche quelli che mi sono parenti) perché mi pare di essere stato chiaro. Né tanto meno voglio ancora spiegare i motivi che mi hanno portato a maturare questa mia presa di posizione pubblica. Ma una cosa la voglio chiarire, una volta per tutte. La mia presa di posizione e la mia necessità di comunicarla a tutti non nasce con la Leopolda, né tanto meno è legata a nessun partito o politico X”.

Poi il j’accuse verso chi gli avrebbe consigliato di tacere. “E’ da un anno ormai che cerco di fare sentire la mia voce, che cerco di riscattare me stesso da cose che non dipendono da me. Mi rivolsi per primo proprio ad alcune attive realtà dell’antimafia: in particolare Liberafutura, ma l’unico consiglio che mi seppe dare era quello di tacere. Lo stesso mi consigliava Elena Ferraro un anno fa dopo avermi invitato alla sua clinica per un caffè. E molti altri a cui mi sono rivolto tra le lacrime e la disperazione chiedendo loro soltanto di guidarmi e farmi sentire utile per la causa (per farla semplice volevo trovare il mio riscatto e stando con “buoni”). Invece queste stesse persone dopo avere cercato di farmi tacere , mi hanno pure isolato, come se non esistessi, come se la mia storia fosse roba da poco”.

Non esiste alcuna associazione che si chiama Liberafutura, e probabilmente il riferimento di Cimarosa era per Libero Futuro, la rete delle associazioni antiracket siciliane, che non ha replicato in alcun modo al post del giovane di Castelvetrano. Elena Ferraro, invece, è un’imprenditrice che nel giugno scorso denunciò Mario Messina Denaro (cugino di Matteo) per estorsione. “Dato che sono stata chiamata in causa da Cimarosa ripeto la mia dichiarazione alla sua lamentela circa il consiglio che gli diedi e che ripropongo:” è stata l’immediata replica della Ferraro, sempre su Facebook. “Sono convinta – scrive l’imprenditrice – e ribadisco che se vogliamo dimostrare serietà e coerenza a noi stessi e a chi ci osserva, dovremmo evitare di andare nei talk show. Io ho scelto di non spettacolarizzare un normale gesto di legalità e di denuncia a cui la nostra coscienza morale ci chiama a dover rispondere. È giusto prendere le distanze dal sistema mafioso ma, a mio avviso, lo si deve fare con sobrietà, coerenza ed onestà in pensieri, parole, opere e azioni”.

Lo scontro tra i due concittadini (vivono entrambi a Castelvetrano) dunque è tutto sulla gestione mediatica e sull’esposizione della lotta a Cosa Nostra. Diverso il caso di Helg, per anni accreditato come paladino della legalità fino all’arresto in flagranza, che ha spaccato il fronte antimafia segnalando, dopo quasi trent’anni, l’assoluta attualità dell’allarme lanciato da Leonardo Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”. Sul caso del presidente della Confcommercio si è espresso nelle scorse ore anche don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera che già mesi fa aveva segnalato un problema sul fronte della lotta a Cosa Nostra. “L’etichetta di antimafia oggi non aggiunge niente. Anzi” aveva detto il sacerdote, che adesso ha alzato il tiro. “Mi pare di cogliere, e poi non sono in grado di dire assolutamente altro, che fra pochi giorni avremo altre belle sorprese, che sono in arrivo, che ci fanno soffrire. Perché riguardano personaggi che hanno sempre riempito la bocca di legalità, di antimafia” è stato il criptico messaggio di Ciotti, a margine di un incontro a San Lazzaro di Savena nel bolognese.

Nel frattempo Rosi Bindi, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, ha annunciato un’indagine sui movimenti di contrasto a Cosa Nostra. Anche la Commissione Antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana ha messo in agenda un’indagine sui finanziamenti pubblici percepiti dalle associazioni che operano nel campo della legalità. In pratica l’Antimafia indagherà sull’antimafia: trent’anni dopo Sciascia, il più estremo dei paradossi è diventato argomento di cronaca.

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