Quella relazione non doveva essere pubblicata. E poco importa se, come ha stabilito il Tribunale di Cosenza, quegli articoli rientravano “nell’esercizio del diritto di cronaca e di critica politica”. Per la Procura di Palmi è ricettazione e il giornalista rischia una condanna fino a 8 anni di carcere per aver informato i lettori circa le motivazioni con cui nel 2008 è stato sciolto il Comune di Taurianova. Notizie trattate al pari di un’auto rubata e rivenduta. Giornalisti colpevoli di avere informato i lettori su come quel comune è stato infiltrato dalla ‘ndrangheta.

Non essendo mai stata individuata la sua fonte, il giornalista Agostino Pantano, all’epoca responsabile della redazione di Gioia Tauro di “Calabria Ora”, dovrà presentarsi il 16 aprile in Tribunale per difendersi dall’accusa di ricettazione.Per il pubblico ministero, infatti, Pantano si sarebbe appropriato in modo illecito della relazione della Commissione d’accesso. “Al fine di procurarsi un profitto, ossia la realizzazione degli articoli costituenti la sua attività professionale, – recita il capo di imputazione – acquistava ovvero riceveva notizie (sottoposte al segreto di ufficio) circa la relazione redatta dalla commissione di accesso, atto propedeutico e fondante il decreto di scioglimento del consiglio comunale di Taurianova per condizionamenti mafiosi, nell’attività amministrativa e politica di quel Comune”.

“Ho fatto solo il mio lavoro di giornalista. – spiega Pantano – So di non avere ‘acquistato ovvero ricevuto’ notizie per ‘procurarmi un profitto’, al contrario di quello che leggo nel capo di imputazione. Sono sereno perché non sono un ricettatore di informazioni e non considero la notizia una refurtiva in possesso di qualcuno. So di altri colleghi indagati per questo reato, che evidentemente rappresenta una nuova frontiera dell’assalto alla libertà di stampa. Arrivo al processo per via di un evidente accanimento, che tenta di annichilire la funzione sociale della mia professione e ingolfa l’amministrazione della giustizia per una lite che si poteva evitare e che non si è evitata, io credo, per il motto ‘colpirne uno, per educarne cento’”.

La procura aveva chiesto al giornalista calabrese di rivelare la fonte: “Se quando mi hanno interrogato avessi detto una bugia, io oggi non sarei sotto processo e lo sarebbe chiunque avessi indicato come il mio rifornitore di refurtiva”. La Procura, quindi, pensa che la notizia è stata trafugata evidentemente in qualche ufficio della Prefettura escludeno, invece, che possa essere stata fornita al giornalista da una persona che aveva legittimamente quelle informazioni.

“Siccome ho messo a verbale – aggiunge Pantano – che avevo solo avuto la possibilità di visionare il ‘documento riservato’, io sono il presunto ricettatore di un furto il cui autore non è stato mai trovato. Ho saputo delle cose e le ho scritte perché avevo il diritto e il dovere di scriverle. È evidente il sistema con cui si tenta di imbavagliare la stampa. Può un fatto dirompente come uno scioglimento per mafia, rimanere un fatto ‘riservato’ se poi il presidente della Repubblica trae spunto per varare un decreto?”.

Secondo l’avvocato Caterina Malavenda, esperta di diritto dell’informazione e della Comunicazione, siamo di fronte a “una decisione che non tranquillizza. In via teorica, la ricettazione potrebbe ipotizzarsi, se non fosse che questo reato presuppone la volontà specifica di ottenere un profitto dal bene ricettato. Il giornalista, invece, riceve i documenti e le informazioni al solo fine di pubblicarle. Metterlo sullo stesso piano di chi acquista una macchina rubata è un po’ avvilente”.

Gli fa eco Carlo Parisi, il segretario calabrese del sindacato Fnsi dei giornalisti che contesta le indagini della Procura di Palmi: “Così si uccide la libertà di stampa. Il caso del collega Agostino Pantano è l’ultima, paradossale, variante del bavaglio ai giornalisti.
 L’autobavaglio preventivo più che un serio rischio finirà per essere molto presto un’inquietante regola non scritta.
 Il Parlamento è chiamato a intervenire nei confronti della nuova “variante” rappresentata dalla ricettazione “di notizie”. Un reato assurdo per una professione deputata a riferire ai cittadini notizie, naturalmente vere, seppur scomode, che lapalissianamente (per essere tali) finiscono sempre per dar fastidio a qualcuno”.

Tra bavaglio e minacce, non è un periodo buono per i giornalisti calabresi. L’ultimo episodio si è consumato al Comune di Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, dove il 3 marzo la giornalista del “Quotidiano del Sud” Enza Dell’Acqua ha denunciato ai carabinieri l’assessore Salvatore Cavallaro per minacce. Quel pomeriggio a margine del Consiglio comunale, il politico l’ha avvicinata per intimarle di “non scrivere più di lui, né su facebook né sul giornale, – racconta Dell’Acqua – altrimenti (sono le testuali parole) ‘vengo a trovarti a casa, io, personalmente’”.

Prima di andare dai carabinieri, la giornalista è rientrata in aula consiliare invitando l’assessore a ripetere pubblicamente le minacce dette poco prima. “Sei una psicopatica” è stata la risposta dell’assessore che ha ammesso di avere pronunciato quella frase definendola, però, “un consiglio”.