Nell’intervista ha un tono goliardico, sprezzante, carismatico, gioiso, quello di sempre. Così difficile da conciliare con l’immagine di quel corpo sdraiato sul marciapede, freddato a colpi d’arma da fuoco a pochi passi dal Cremlino. “Ha paura di Putin?”, chiedeva a Boris Nemtsov l’intervistatore del settimanale Sobesednik il 10 febbraio, qualche settimana prima dell’uccisione di quello che era uno dei maggiori critici del presidente russo. “Non tantissima”, rispondeva ironico. “Sto scherzando. Se avessi paura, non guiderei un partito d’opposizione e non farei quello che sto facendo”.

In realtà, era la madre del politico a preoccuparsi per il figlio, più di lui stesso, confessava Nemtsov. “La chiamo regolarmente e mi dice ‘Figliolo, quando smetterai di criticare Putin? Ti ucciderà’”. Nemtsov era molto legato alla madre, l’ex pediatra 86enne Dina Jakovlevna Ejdman, che condivideva le idee politiche del figlio. Vive nella città di Nizhnij Novgorod, nella regione di cui Nemtsov fu governatore dal 1991 al 1997. Anche la donna era fortemente critica nei confronti di Putin, specie dopo l’intervento russo in Ucraina. “Mia madre mi ha sempre insegnato che bisogna difendere la propria posizione, essere independenti e autonomi“, diceva al Sobesednik.

In un’altra intervista, rilasciata al canale Dozhd’ il 16 marzo 2014 (poco dopo che il parlamento russo autorizzasse Putin a usare l’esercito in Ucraina), l’oppositore svelava che era stata proprio la madre a spingerlo in politica. Mentre lui, radiofisico, stava facendo ricerca, Dina Jakovlevna l’aveva convinto a partecipare nel 1987 ad una campagna contro la realizzazione di una centrale nucleare a Nizhnij Novgorod (che all’epoca si chiamava Gor’kij).

Nemtsov andava fiero della sua lunga carriera politica. Sempre nella stessa intervista a Dozhd’ ammetteva: “Quelli che come me sono pronti a rischiare la propria libertà sono ormai una specie in via di estinzione in Russia”. Certo, a volte aveva voglia di “ritirarsi”, confessava alla giornalista. Però non l’avrebbe mai fatto. “Non ho altra scelta, non vorrei sembrare un vigliacco che sparisce da qualche parte”, spiegava.

Che il politico ricevesse delle minacce, lo sapevano quelli che lo conoscevano bene. “La notte spegneva sempre il cellulare, perché lo chiamavano di continuo minacciandolo e offendendolo“, racconta su Facebook il giornalista Sergej Parkhomenko. Intimidazioni che Nemtsov aveva denunciato alle forze dell’ordine, ma che non l’avrebbero fermato nella sua attività di oppositore, finché quei quattro colpi d’arma da fuoco non l’hanno raggiunto alle spalle la sera del 27 febbraio.