Finalmente il presidente Obama ha messo il veto alla costruzione dell’oleodotto Keystone Xl, dal Canada al Texas. E’ la prima volta in cinque anni che usa il potere di veto ed è la terza volta in tutto il suo mandato.

E’ questo un piccolo miracolo, considerato da dove si era partiti sei anni fa – l’opinione pubblica non ne sapeva niente e politicamente sembrava facilissimo costuirlo. Se si è arrivati qui è stato solo grazie all’incessante voce di popolo che con il tempo è diventata sempre più forte, più numerosa e più esigente.

Ovviamente chi vuole questo oleodotto sono gli stessi che vogliono le trivelle, il fracking, e l’offshore drilling: i petrolieri prima di tutto e poi i repubblicani che gli sono amici, nonché il governo del Canada. Fra questi John Boehner, il portavoce repubblicano della Camera che ha ripetutamente detto che occorre “ignorare gli estremisti di sinistra e gli anarchisti” che lo oppongono. La propaganda è sempre la stessa: creeremo “lavoro made in the Usa”, non ci sono problemi all’ambiente, serve per non essere dipendenti dall’Arabia Saudita ed altri vaneggiamenti che sono gli stessi che si ripetono di qua e di là dell’oceano.

In realtà, almeno novanta fra i più illustri economisti e scienziati del clima d’America hanno espresso la propria contrarietà all’oleodotto della discordia, fra questi anche dei premi Nobel. Anche il New York Times aveva espresso la sua contrarietà, ricordando in un editoriale a nome di tutto il giornale che porre il veto a Keystone era la cosa giusta da fare.

Così come è stato progettato dalla TransCanada, Keystone avrebbe dovuto essere lungo 3800 miglia, quasi 6000 chilometri. Buona parte di questo oleodotto è stato già costruito, la parte che dall’Alberta, Canada arriva fino all’Illinois. Manca solo il pezzo finale, di 1200 miglia, quasi 2000 chilometri  attraverso il Montana, South Dakota, Nebraska, Kansas, Oklahoma e finalmente in Texas. L’oleodotto trasporterebbe a regime 800,000 barili al giorno dal Canada al Golfo del Messico. Si calcola che dall’Alberta si possano estrarre almeno altri 170 miliardi di barili, e fino a dieci volte tanto secondo le previsione più rosee.

Perché questo oleodotto è meglio che non s’abbia da fare? Perché significa che continueremo ad importare petrolio dalle Tar Sands del Canada, e quindi ad alimentare ancora l’ingordigia petrol-energetica di questo paese, prima di tutto. E poi dal Canada si estrae bitume, la sostanza petrolifera più schifosa e più inquinante che esista. E’ questa una operazione che ha già causato inquinamento e distruzione, con disboscamenti, acqua ed aria inquinata, malattie ai residenti, e che contribuisce in modo determinante ai cambiamenti climatici. E questo lo non lo dico io ma un rapporto dello State Department degli Usa in cui si sottolinea che le trivelle canadesi tirano fuori un quantitativo di gas serra molto superiore rispetto alle trivelle convenzionali, il 17% in più.

Ci sono poi le tribù indigene, che vedrebbero l’oleodotto tagliarli le comunità in due, o i ben 2500 acquiferi che Keystone Xl attraverserà con la potenzialità di perdite e di inquinamento, incluso l’Ogallala, uno dei più estesi di tutto il mondo. Alcuni indiani d’America sono così preoccupati degli impatti sociali ed ambientali dell’oleodotto, che la Rosebud Sioux Tribe ha dichiarato che la sua approvazione sarebbe considerata un atto di guerra.

La TransCanada nel 2011 aveva sparato che l’oledotto avrebbe creato circa 140,000 posti di lavoro complessivi. Nel gennaio del 2014 lo State Department invece concluse che l’oleodotto avrebbe creato circa 46,000 posti di lavoro per al massimo due anni durante la fase di costruzione. A regime, ci sarebbero stati solo … 50 persone! L’oleodotto non avrebbe avuto che scarsissima influenza sul prezzo della benzina. E quindi anche qui, solo fumo negli occhi da parte dei petrolieri.

Ma quali che siano i calcoli sui barili, sui posti di lavoro, sul prezzo alla pompa, c’è qualcosa di molto più drammatico e grande se uno guarda il “big picture”. Il nostro pianeta non può più sopportare tutti questi stravolgimenti al clima, e sia Obama che Kerry a suo tempo hanno ricordato che i cambiamenti climatici causati dalle fonti fossili sono una minaccia reale alla stabilità del mondo.

Tirare fuori altro bitume significa immettere altra CO2 in atmosfera. Tutti i principali climatologi ricordano che se vogliamo evitare il disastro climatico, i due terzi delle riserve di petrolio stimate dovrebbero restare nel sottosuolo. E siccome è il peggio del peggio, le Tar Sands sono le prime a dover restare dove madre natura le ha messe – sotto la foresta.

Magari i canadesi le estrarranno lo stesso e manderanno il bitume in altri mercati, come la Cina. Ma il punto è che senza l’oleodotto verso gli Usa per i petrolieri sarà tutto più difficile, ingarbugliato e costoso, e siccome alla fine gli interessano solo i profitti, in questo senso il veto è un grande passo in avanti. Senza contare che sarebbe un segnale politico e sociale molto forte per tutto il mondo e per chiunque ami l’ambiente: yes, we can stop them.

Non sappiamo come andrà a finire: i repubblicani probabilmente presenteranno altre proposte e modifiche al progetto. Tutta la macchina informativa che si è messa in atto non si fermerà e spero che Obama abbia abbastanza acume politico e rispetto dell’ambiente nel perserverare con il suo no. E’ la storia che si ripete: se la democrazia funziona e se esigiamo che funzioni, il potere siamo noi.

Qui maggiori dettagli sulla devastazione delle Tar Sands del Canada