Questa è la storia di Alfonso Greco, 55 anni, responsabile dell’ufficio che gestiva premi e omaggi della Rai, licenziato il 28 ottobre 2013 dall’azienda per non aver conservato bene, inventariato bene, soprattutto tracciato bene il percorso di orecchini e orologi, foulard e magliette, coperte, spille e spilloni, bandierine, agende, stoffe preziose o modeste, pen drive e Montblanc, gadget di 6 euro e anche di tremila.

È una storia minima, ma spettacolare, di come il potere espella l’ultimo dei sottoposti per pulirsi la faccia, maestoso compendio di ipocrisia che riduce la memoria a poltiglia e la responsabilità personale a disagio provvisorio. E il funzionario cacciato con disonore, l’uomo al quale la Rai ha addebitato la violazione del Codice etico interno e la vergogna di “regalopoli”, come i giornali sedici mesi fa titolarono il mercatone dei doni, è riuscito nell’impresa di inseguire fino all’ultimo spillo e indicarne qualità e destinatario.

Una sorta di lista Falciani dei doni, il computo metrico delle dimensioni delle regalie. “Ho portato al giudice tre faldoni di carte, migliaia di documenti, ogni contratto, tutte le forniture nella speranza di rendere trasparente il mio operato, pulita la mia coscienza. Io non potevo sindacare le destinazioni, non sapevo i nomi degli utilizzatori finali. Rispondevo solamente alle necessità che le direzioni avanzavano”. I faldoni hanno intasato le già zeppe aule del tribunale di Roma ma la loro presenza è risultata inutile. “Andavo alle udienze e li vedevo sempre lì, sempre perfetti. Nessuno li ha mai aperti”. Purtroppo Greco ha vista bocciata la sua domanda di reintegro, tra un po’ tornerà in udienza per discutere il merito della causa: “Le speranze sono minime, sono stato il capro espiatorio perfetto da dare in pasto ai giornali”.

Nel 2005 il direttore generale Cattaneo destina 1,4 milioni di euro all’oggettistica. Petruccioli per l’ex presidente della Repubblica compra il “Quirinale sotto la neve” di un pittore russo

Sono cinquantamila i “pezzi movimentati” dalla Rai in otto anni (dal 2003 al 2011) che coincidono con la grande frenesia natalizia, il gusto di festeggiare, donare, ringraziare, ingraziarsi, riconoscere e farsi riconoscere. Con una spesa totale di due milioni 429mila euro, una media annua sganciata per il profumo di Natale di 350mila euro. Pari a 3043 canoni annui di altrettanti cittadini destinati invece che al funzionamento di mamma Rai alla ricerca della felicità, piccola e grande, dei suoi dirigenti.

La rumba degli orecchini e dei gemelli d’oro, delle Montblanc e dei foulard, finirà nel 2012 quando Rai metterà a budget per le necessità delle relazioni esterne solo 19mila euro e nell’anno successivo ridurrà a 10.400 euro il plafond di spesa per i regali. Che è consuetudine di ogni azienda, nulla di scandaloso. L’imbarazzo, se non lo scandalo, viene per le dimensioni di questo traffico di regali, la vastità degli aventi diritto, il numero imponente dei destinatari.

La memoria di Greco illumina le strade maestre che ciascuno di questi piccoli e grandi oggetti prende, le mani dei singoli direttori, di chi decide la spesa e raccoglie i vantaggi della posizione di comando. E spiega anche gli anni della grande bonaccia, rivela un angolo microscopico ma significativo della spesa pubblica nazionale. Soldi di tutti, cioè di nessuno. E vai! Erano anni fantastici, con il sole in tasca. Sobrietà? Quale sobrietà? Il principio era che il budget dovesse essere speso tutto, altrimenti nella pianificazione per l’anno successivo la direzione incapace si sarebbe vista decurtare proporzionalmente la cifra.

La rumba degli orecchini e dei gemelli d’oro, delle Montblanc e dei foulard, finirà nel 2012 quando Rai metterà a budget per le necessità delle relazioni esterne solo 19mila euro

Nel 2005, per esempio, l’azienda di Stato (direttore generale Flavio Cattaneo) sempre con l’acqua alla gola destina la bellezza di un milione e 454 mila euro per l’oggettistica. Cifra esagerata, insuperabile e infatti insuperata nel prosieguo della fatturazione natalizia, e del gorgo festaiolo (Mostra Internazionale di Venezia, Italian Fiction Week di New York, Festival di Sanremo, Capodanno alla Fenice, eccetera).

Il 2006 (direttore Claudio Cappon) vede la somma restringersi a 416mila euro, tre volte in meno dell’anno precedente ma quaranta volte in più del 2013, quando la crisi sgonfia il portafogli di tutti e anche i doni ne fanno le spese. Nel 2006 il presidente della Rai è Claudio Petruccioli, parlamentare di lungo corso, riformista e comunista. Il 25 ottobre di quell’anno, durante un concerto all’auditorium della Rai di Torino, nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata Internazionale dell’Onu Petruccioli decide di regalare al presidente della Repubblica Giorgio NapolitanoIl Quirinale sotto la neve”, un dipinto del pittore russo P.J Potchek del 1907. Lo hanno scovato dall’antiquario romano Carlo Eleuteri. La Rai pagherà diciassettemila euro. La tela rappresenta una inconsueta immagine della cosiddetta “Manica Lunga” del Quirinale sotto la neve, e proviene dalla collezione di Maria Beatrice di Savoia e reca il timbro dell’archivio Savoia. Si narra che in quell’anno si sia anche deliberato un acquisto monstre (150mila euro?) di orecchini a farfalla (come il logo Rai).

Il codice etico, per il quale Greco ha perso il posto, statuisce che non erano “in ogni caso consentiti omaggi aziendali tra dipendenti”

Il codice etico (punto 7.9) prevede che in materia di omaggi il valore degli stessi non debba eccedere “le normali pratiche commerciali e di cortesia”, ovvero, se si tratta di soggetti appartenenti alla Pubblica amministrazione, che debba essere “modico” e corrispondente “alle normali consuetudini nelle relazioni”.

Modico che significa? E Petruccioli violò in quel caso il codice etico? Secondo la Rai che anni dopo avrebbe licenziato Greco, altro che! E Greco, se fosse stato responsabile del servizio in quel tempo, avrebbe dovuto fare da scudo umano! “Quando sono arrivato ho trovato gli impiegati che nel periodo di dicembre lavoravano anche di notte per evadere le richieste delle direzioni, mettere in fila gli omaggi, approvvigionare i magazzini con nuovi arrivi”. Il codice etico, per il quale Greco ha perso il posto, statuisce che non erano “in ogni caso consentiti omaggi aziendali tra dipendenti” (punto 7,9).

Invece c’era un traffico di gemelli d’oro e d’argento, orecchini, orologi e trolley che attraversavano le stanze dei consiglieri di amministrazione, dei direttori generali, dei direttori del giornale radio. A blocchi ora di cinque, ora di dieci, ora di venti pezzi. Era Greco che doveva trascrivere, vietare, sindacare? Era lui che doveva indicare al suo diretto superiore Guido Paglia (responsabile delle relazioni esterne) o magari addirittura al direttore generale la via maestra? Lui a dover chiedere conto e nome dell’utilizzatore finale? “Volevano un capro espiatorio e l’hanno trovato. E pur di cacciarmi non hanno badato alla semplice logica delle cose, agli usi e costumi di quella azienda”.

Greco, incasellato dentro Alleanza nazionale ha fatto carriera grazie al colore della scuderia guidata dal suo capo, Guido Paglia, fino al 30 settembre 2012 direttore centrale Rai. E Paglia produce in verità testimonianza a discolpa del suo funzionario: “Greco ha sempre svolto il lavoro seguendo le mie indicazioni, tanto è vero che bastava controllare documenti e bolle per vedere che è sempre presente la mia firma (finché ho mantenuto l’interim delle Relazioni esterne) o quella di Fabrizio Maffei (che tra l’altro è ancora in servizio)”. Discolpa non accettata e procedimento concluso con l’espulsione da viale Mazzini.

Lui fuori, l’ufficio ridotto alla gestione di un traffico di assai più modiche quantità, i doni di una volta, le Montblanc, gli orologi Jaeger-Le-Coultre (3.000 euro ciascuno), l’oro e lo champagne esauriti e dimenticati. Chiuso lo showroom creato nel piano seminterrato, dove le segretarie dei direttori andavano a far visita e scegliere tra i trecento articoli esposti. Chi non aveva tempo cliccava sulla vetrina on line. E prendeva. Di tutto, di più.

da Il Fatto Quotidiano del 21 febbraio 2015