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Lampedusa, carri funebri trasportano i corpi dei migranti morti nell'ultimo naufragio
Lampedusa, carri funebri trasportano i corpi dei migranti morti nell’ultimo naufragio

Un ragazzino fa ciao con la mano, sorride. Milano, stazione centrale. L’auto che carica gli ultimi profughi è grigio chiaro come quella che a Lampedusa carica le loro bare.

Così è l’Europa. “Stiamo qui a discutere di Schengen. Di visti, quote. Ma questi non sono migranti, sono uomini e donne in fuga da una guerra“, dice ruvido Desio De Meo. “Ospitarli non è una cortesia, è un obbligo”. Per quindici anni, come logista di Emergency, ha costruito ospedali in mezzo a carestie e carrarmati, e con un solo criterio: “che sarei stato pronto a farmici operare io”. Ora dirige il centro di accoglienza per siriani di Milano. Mi offre un caffè nelle sue stanze ampie, luminose, perfettamente ordinate – e deserte: oggi sospende le attività. Nelle stesse ore in cui a Lampedusa si spiaggiano gommoni vuoti. “Stiamo qui a contare fino a quante miglia possiamo soccorrerli, trenta o trentuno. Ma questa è gente così disperata da rifugiarsi persino in Iraq”.

Eppure, all’improvviso, sono spariti tutti.

Chiunque sia passato da Milano, in questi mesi, ha visto i siriani accampati in stazione. A decine. Poi centinaia. Tutti clandestini, tutti diretti in nord Europa, in Svezia, in Germania – i 55.494 che sono transitati di qui, 39mila siriani e 13mila eritrei, in fuga da un regime autoritario di cui nessuno parla, in media si sono fermati quattro giorni: hanno chiesto asilo in 213. Ma adesso non c’è più nessuno. Ero venuta a Milano per fare domande, e invece sono io quella chiamata a rispondere: tutti che vogliono capire: dove sono finiti i siriani?

Perché l’unica certezza è che la guerra c’è ancora: e con la guerra i profughi. Non tanto i profughi in partenza dalla Siria, perché ormai sono all’estero in 5 milioni, un quarto della popolazione: chi ha deciso di partire è già partito. Quelli in partenza, piuttosto, sono i siriani che vogliono lasciare i paesi in cui si sono rifugiati – i paesi confinanti: Turchia, Libano, Giordania, Iraq, che ospitano il 97 percento dei profughi. Dopo oltre tre anni, la guerra non solo continua, ma i regimi ora invece di uno sono due, tra Assad e gli islamisti: e in tanti cominciano a organizzarsi per una vita altrove. Una vita in Europa. In Svezia. In Germania. Fabio Bucciarelli li ha appena fotografati a Mersin, il primo porto turco. Stipati in vecchie case sul mare, a decine. A centinaia. Solo che ha dovuto fotografarli di spalle: al buio. Perché sono nelle mani dei trafficanti.

E’ questo per ora l’unico effetto del passaggio dall’operazione Mare Nostrum all’operazione Triton. Da novembre le navi di pattuglia, e soccorso, devono mantenersi entro le 30 miglia dalla costa. E quindi i trafficanti, invece che i gommoni, usano i cargo: che costano di più. E’ questo l’unico risultato ottenuto dai tentativi di impedire gli sbarchi: modificare le rotte, rendere le traversate più lunghe – e pericolose. Un anno fa, la tariffa era mille euro a testa. Oggi 6mila.

Non hanno cambiato idea, a Mersin. Stanno solo chiedendo prestiti a parenti e amici.

“Gli scafisti esistono perché il viaggio è illegale. Ed è illegale a causa di Schengen”, dice Stefano Liberti, tra i primi giornalisti a indagare sulle frontiere europee. Tanto più che quando sopravvivono, e arrivano, dice, quando la loro richiesta di asilo viene infine esaminata, quasi tutti i profughi hanno diritto a una forma di protezione. “Gli assassini non sono gli scafisti: sono le nostre norme“. Quando nuotiamo nel Mediterraneo, nuotiamo tra 21.439 cadaveri.

Le offerte per raggiungere l’Europa senza passaporto né visto sono su facebook, o sui muri intorno al porto, nelle mille Mersin del mondo – è un mercato in cui gli unici costretti a nascondersi sono i clienti: è un fenomeno organizzato che continuiamo a considerare improvvisato. E un fenomeno strutturale, soprattutto, che però continuiamo a considerare temporaneo, e a definire emergenza: perché fa comodo a tanti. A quelli che così possono parlare di un’invasione di stranieri, di poveri, di arabi, di potenziali terroristi, e fare leva sulle nostre paure, sulle nostre insicurezze, senza mai mostrarci le stanze pronte e vuote di Milano: ma ancora di più, a quelli che hanno scoperto che i profughi sono un affare.

Perché i comuni, in media, rimborsano ai gestori dei centri di accoglienza 45 euro al giorno. 45 euro a ospite. Più altri finanziamenti sparsi. E le donazioni private. E non tutti sono come Annamaria Lodi, per cui i profughi sono come fratelli, figli, ti racconta le loro storie uno a uno, con il suo personale tutto specializzato, tutto bilingue – tutto a contratto. Altri sono come i gestori del Tropicana, il night club di Ragusa dove le brandine sono state allineate sulle piste da ballo. In Italia abbiamo i CARA, i centri di accoglienza per richiedenti asilo, gli SPRAR, che dovrebbero essere molto di più, come dice la sigla, dovrebbero essere “sistemi di protezione”, creare percorsi più articolati di integrazione sociale, e infine i CAS, istituiti con la Primavera Araba, i centri di accoglienza straordinaria: dei 62mila ospiti attuali, 32mila sono in centri così. Che sono tipo palestre. O tipo piste da ballo. Ma costano quanto gli altri.

“E se non offri niente, nessun servizio, giusto la zuppa la sera, se tagli ogni spesa, fai due conti: da quei 45 euro a testa ti rimane in tasca una bella somma”, dice Annamaria Lodi.

L’emergenza vera è in Libano, dove tra siriani e palestinesi i rifugiati sono ormai oltre la metà della popolazione – e mentre l’ISIS si insedia a nord, Israele, a sud, pianifica l’attacco a Hezbollah. Ma chiamarla emergenza, in Italia, è utile: più urgenza, più fondi, meno controlli. Capita che gli adulti siano spacciati per bambini per ottenere gli extra riservati ai minori.

3419 morti, nel 2014. Il nostro Undici Settembre. Solo che a costringere i profughi ad affidarsi ai trafficanti, a dirottarli verso la morte, siamo stati noi.