Del padre ha lo stesso sguardo, acuto e vagamente ironico. E lo stesso modo diretto e sincero di parlare, senza fronzoli. John Simenon è il secondogenito del grande George, scomparso un quarto di secolo fa. Dopo un passato di distributore e manager di diritti cinematografici, dal 1995 John si dedica a tempo pieno a quella che è una vera e propria multinazionale, vale a dire i diritti dell’opera del padre, oggi in mano a una società privata con sede a Londra, la George Simenon Limited che fattura diversi milioni di sterline all’anno. Lo incontriamo su un treno – un luogo molto simenoniano – mentre è in viaggio tra Bologna a Losanna, dove – come il padre nella seconda parte della sua vita – ha deciso di vivere. In viaggio, come sempre, per ragioni legate alla gestione dei diritti dell’opera del padre.

Potremmo dire che la sua vita è interamente dedicata a suo padre, in questo periodo?
Vivo per me stesso. È un lavoro, ma un lavoro magnifico, che dà grandi soddisfazioni. Come distributore cinematografico, ho lavorato su molti film diversi e ogni film era una nuova scoperta, una nuova sfida. Ma non c’è mai stato un solo film così forte e importante che potesse darmi, da solo, tutta la soddisfazione che cercavo. Con il lavoro di mio padre, invece, dopo 20 anni, imparo ogni giorno. Ed è una sfida continua.

Questo significa che sta trovando nuove cose riguardanti suo padre, nella sua opera e nella sua vita?
Certo, è una scoperta continua. Per esempio quando leggo la sua corrispondenza privata e d’affari, i contratti che stipulava, quando scopro tutto ciò che faceva oltre a scrivere e a essere un padre, vedo un vero gigante. Non era solo un romanziere, è stato un giornalista e fotografo, ha scelto e spesso disegnato le copertine dei suoi libri, sapeva tutto sull’editoria, tutto sull’industria cinematografica, ne sapeva tanto di tante cose diverse… Io sono solo uno studente di questa multiforme attività…

In effetti quasi 200 romanzi in 41 anni sono un’impressionante mole di lavoro, che potrebbe far pensare a un uomo interamente dedicato alla scrittura. Invece, secondo quanto scrive egli stesso nei suoi testi autobiografici, non è così. Georges Simenon era un padre presente?
Lo ricordo sia come un instancabile lavoratore che come un padre molto presente. Voglio dire che era molto più presente con i suoi figli di quanto io lo sia stato con il mio e di quanto oggi lo sia un qualunque padre dei nostri tempi. Parliamo di numeri: mio padre scriveva in media cinque romanzi all’anno, a cui dedicava circa tre settimane ciascuno, per prepararli, scriverli e rivederli. Il risultato dà 15 settimane. Ci sono 52 settimane in un anno, quindi aveva molto tempo per stare con noi, sebbene viaggiasse in tutto il mondo, incontrasse persone, giornalisti ecc. Ma c’era quando andavamo a scuola la mattina, c’era quando tornavamo a casa per pranzo (la scuola non era lontana da casa), la famiglia pranzava e cenava riunita e nel pomeriggio facevamo i compiti nel suo studio, lui ci aiutava in caso di bisogno. E ci metteva anche a letto.

Come ha appena accennato, suo padre era molto metodico nel lavoro, si considerava un artigiano della scrittura ed è sempre stato alla larga dalla letteratura “accademica” per tutta la sua vita. Non pensa che abbia forse dissipato il suo immenso talento? Qualcuno pensa che se avesse scritto un po’ meno, forse avrebbe potuto scrivere un capolavoro del 900…
André Gide lo incoraggiò a scrivere il suo “capolavoro” e mio padre scrisse Pedigree, per molti un magnifico libro. La necessità di scrivere di mio padre arrivava da un’urgenza insopprimibile, non dall’ambizione di scrivere un capolavoro. Ha scritto quel che sapeva scrivere e il suo capolavoro è l’insieme della sua opera. È tutto. E se ci sono persone che non la vedono così, è un loro diritto.

Gide, una delle tante persone importanti del 900 con cui suo padre ha avuto a che fare. Ma chi era il suo migliore amico?
Jean Renoir, sicuramente uno dei suoi migliori amici. E nella fase più tarda della sua vita in un modo molto strano anche Federico Fellini gli fu molto vicino, anche se erano due persone completamente diverse…

Parliamo del progetto di museo dedicato a suo padre, a Liegi, in Belgio. Ci può spiegare come sarà? Come se lo immagina?
Uno degli editori di Simenon ha dato una definizione molto azzeccata: uno “showroom” di tutto ciò che è Simenon, la sua opera, la sua vita, il suo universo. Qualche tempo fa in Italia c’è stata una mostra con un bel titolo, Mondo Simenon, che rende molto l’idea. Non mi piace chiamarlo museo, perché un museo dà l’idea di un’esibizione statica di oggetti sui muri o nelle teche. L’obiettivo è far vivere ai visitatori un’esperienza interattiva, attraverso la quale far scoprire l’umanesimo di Simenon, la sua creatività e quel che rappresenta, i suoi amici, la sua famiglia, la sua vita, il mondo in cui ha vissuto, perché il ventesimo secolo sta velocemente diventando qualcosa con cui non abbiamo più così tanta confidenza… Mio padre ha vissuto vite così diverse, ha fatto cose così diverse, è stato così ricco di esperienze, che è davvero difficile trovare un tema della cultura umana che non abbia un legame con lui… Voglio anche regalare un’esperienza unica e appagante a tutti i visitatori, anche se non sono appassionati di Simenon.

Quali difficoltà sta incontrando nel portare avanti questo progetto?
La cosa più difficile è imparare ad avere a che fare con la burocrazia belga. Non posso scendere in particolari, ma diciamo che che c’è un grande gap, in Belgio, tra l’entusiasmo degli individui e la loro capacità collettiva di mettere in pratica le cose…

Il Centro sarà interamente finanziato da privati?
Quando sarà operativo dovrà essere privato, autosufficiente e non dipendente da finanziamenti pubblici. Le recenti crisi finanziarie confermano che i sussidi pubblici sono molto volatili e inaffidabili e lasciare che un progetto dipenda da loro è il modo migliore per accelerarne le fine, perché quando i sussidi finiscono anche il progetto muore. Tuttavia andremo in cerca di aiuti pubblici per la fase di costruzione della struttura.

Perché ha scelto Liegi? Suo padre ha lasciato da giovanissimo il Belgio, ha vissuto in Francia, Stati Uniti, alla fine in Svizzera e non è mai ritornato in patria. Si considerava prima di tutto un europeo, più che un belga. E anche nei suoi lavori il Belgio non è molto presente….
In realtà Liegi è ovunque nell’opera di mio padre, persino Maigret è in un certo senso un personaggio più belga che francese. Per mio padre, tutto è cominciato a Liegi e quindi c’è una forte legittimazione naturale lì. Dove se no? L’Italia sarebbe stato un ottimo luogo: ha la più grande ed entusiasta base di ammiratori del mondo e, dopo Shakespeare, Simenon è il secondo autore più tradotto.

La donazione di documenti di suo padre alla Fondazione Re Baldovino da lei fatta qualche tempo fa sarà il nucleo del Centro?
Ho fatto la donazione indipendentemente dal progetto Mondo Simenon. La donazione è stata fatta per assicurare la giusta conservazione e gestione di una grande mole di documenti e oggetti. Ora, certamente il Centro Simenon potrà essere una sede perfetta per essi, per essere mostrati e consultati e aggiungere ulteriore legittimazione al luogo.

La vita di suo padre è stata intensa ed egli stesso l’ha considerata degna di essere raccontata, visto che l’ultima parte della sua attività letteraria è stata interamente dedicata a lavori autobiografici. Il Centro la racconterà, anche negli aspetti più drammatici e controversi, come la tempestosa relazione con sua madre e il suicidio dell’amatissima figlia Marie-Jo?
Il Centro sarà la sua vita, la sua opera, il suo mondo, sarà Mondo Simenon. La relazione con mia madre è stata mia madre a renderla controversa, ma altrimenti non c’è molto di controverso in essa: la prima metà è stata straordinaria, la seconda drammatica. Il suicidio di mia sorella è un fatto di dominio pubblico ed è parte integrante della vita e delle sofferenze di mio padre, che nel Centro saranno affrontate, anche se ancora non sappiamo in che modo. Le persone non hanno l’esatta percezione di quanto mio padre abbia sofferto, la mancanza di amore da parte di sua madre, il comportamento di suo fratello durante la seconda guerra mondiale e la sua morte in Indocina, la crescente estraneità della sua seconda moglie, mia madre, il suicidio di sua figlia e di come tutto ciò abbia influenzato la sua vita e la sua opera.

Qualche tempo fa ho letto della sua intenzione di ritornare in possesso dei diritti detenuti dalla Georges Simenon Ltd tramite la sua società: oggi com’è la situazione dei diritti?
In qualità di amministratore delegato della George Simenon Ltd, che è una società privata, gestisco i diritti (ne posseggo il 10%, mio fratello il 5). Due anni fa il restante 85% era stato messo in vendita e sono andato vicino ad acquistarlo. Ero a un passo dal concludere l’operazione, ma la banca è stata troppo lenta nel completare la documentazione. Ma se ci sarà un’altra opportunità, farò in modo di non perderla, questa volta.

Quanto valgono oggi i diritti di suo padre? Riesce a immaginare come suo padre oggi vorrebbe che fossero usati i soldi ricavati dalle sue opere?
La cifra dei diritti è un’informazione privata. Simenon lascerebbe ogni socio decidere in autonomia, a patto che la sua integrità e quella delle sue opere venisse preservata.

Nella presentazione del sito che ha dedicato a Simenon, dice che il rapporto con suo padre è stato di estrema vicinanza durante la sua infanzia, nell’età adulta invece marcata da un bisogno di distacco e indipendenza. Oggi che si occupa a tempo pieno dell’opera di suo padre siamo nella fase del riavvicinamento?
Occuparmi del lascito di mio padre ha rappresentato un’inaspettata ma fantastica opportunità. Arricchisce costantemente la mia vita, crea una relazione sempre più profonda con mio padre, una relazione che pochi figli, temo, sono abbastanza fortunati da riuscire a stabilire con i loro genitori. Finché ci sono sfide, finché continuo a imparare e a migliorare, finché posso migliorare la mia relazione con mio padre anche dopo la sua morte, perché dovrei voler cambiare?

Il Fatto Quotidiano, Lunedì 16 febbraio 2015