Se fosse una normale azienda, il Senato della Repubblica dovrebbe a lungo andare probabilmente portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento. Per il peso insostenibile in bilancio delle voci relative al costo del personale in libro paga o in quiescenza. Per il 2015, per dire, spenderà oltre 434 milioni per pagare indennità e vitalizi ai senatori, retribuzioni e pensioni al resto degli impiegati e funzionari dipendenti. Complessivamente, parliamo di oltre l’80 per cento della spesa totale.

Analoga situazione si registra alla Camera dei deputati, il cui bilancio abbiamo pubblicato qualche giorno fa. Su una spesa totale di  985 milioni, sempre per il 2015, tra deputati ed ex deputati, dipendenti ed ex dipendenti, solo per stipendi e pensioni,  se ne andranno la bellezza di  772 milioni.

Paga naturalmente Pantalone, lo Stato, e hanno perciò poco da preoccuparsi gli interessati. Ma sia consentita per una volta qualche nota a margine di questa incredibile situazione. Soprattutto perchè qualcosa da spiegare al contribuente salassato resta sul campo. Parliamo delle cause  attraverso le quali l’andazzo si è alimentato e continua in parte a prosperare. In poche parole, dei trattamenti di assoluto, sfacciato privilegio che per troppi anni deputati e senatori si sono voluti concedere in tema di trattamento economico e previdenziale. Un trattamento di favore che, graziosamente, Lorsignori hanno voluto estendere anche al personale dipendente.

Delle ricche indennità e dei famosi vitalizi i lettori ormai sanno o dovrebbero sapere tutto. Per decenni, agli eletti di Camera e Senato è bastato trascorrere un solo giorno (e spesso nemmeno quello) in Parlamento per riscuotere poi per decenni assegni vitalizi superiori ai 3 mila euro lordi. Non basta: mentre ai comuni mortali si richiedeva il raggiungimento dei 65 anni di età per riscuotere la pensione, per se stessi Lorsignori medesimi hanno disegnato regole grazie alle quali riscuotono vitalizi anche  dalla tenera età di 42 anni.

Ora, chiedere che una simile vergogna venga cancellata dall’ordinamento è il minimo che si possa fare. Rivedendo e ricalcolando gli importi dei vitalizi medesimi per allinearli magari alle regole vigenti per i normali pensionati. Ma non si può, si dice, perchè di mezzo c’è la famosa questione dei diritti acquisiti.

Tema delicato, quello dei diritti acquisiti. Intoccabile e non senza ragione. Ma domando: come si può difendere una simile nefandezza? Indifendibile soprattutto perché a incassare regalìe e a godere di sfacciati privilegi grazie a regole a dir poco scandalose sono le stesse persone che quelle regole hanno pensato e scritto a proprio vantaggio sui regolamenti interni di Camera e Senato?

In un paese appena normale tutto questo verrebbe considerato non come un “diritto acquisito”, ma come una insopportabile spoliazione delle risorse pubbliche. E non sarebbe tollerata un minuto di più. I responsabili rischierebbero persino di essere processati come profittatori di regime.

Ma siamo in Italia, anzi nel Parlamento italiano. Lo stesso che sconta oggi il peso di retribuzioni e pensioni al limite della decenza.

Attenzione, si tratta di impiegati e funzionari di assoluta eccellenza. Probabilmente, le burocrazie di Camera e Senato sono le migliori dell’apparato pubblico italiano. Ma come giustificare retribuzioni spesso doppie a quelle incassate dal capo dello Stato? E come digerire ancora adesso anzianità pensionistiche gonfiate per esempio dal meccanismo dei bienni (fortunatamente cancellato) regalati ai dipendenti dai vari presidenti delle Camere al momento del loro abbandono della carica? Ancora, come giustificare importi pensionistici calcolati con la cosidetta “clausola d’oro” grazie alla quale la pensione del commesso o del consigliere parlamentare rimaneva uguale per sempre alla retribuzione del pari grado ancora in servizio?

Certo, le cose stanno cambiando. Il meccanismo dei vitalizi con i suoi scandalosi privilegi da circa tre anni non esiste più, sostituito da un metodo contributivo maggiormente allineato ai trattamenti del personale della pubblica amministrazione. Così come, faticosamente, tra Montecitorio e Palazzo Madama si sta cercando di introdurre una politica del personale più saggia, razionale e in linea con le regole dettate dalle esigenze della finanza pubblica, oltre che dal buonsenso.

Certo, tutto questo si sta facendo, ma, diciamolo per una volta, una sola volta: che amarezza!