Gheddafi non era ancora morto quando l’inviato del Corriere della Sera metteva piede nel suo bunker e scriveva: “Nelle stanze adibite ad arsenali militari ci sono le scatole intatte e i foderi di migliaia tra pistole calibro 9 e fucili mitragliatori, tutti rigorosamente marca Beretta. A lato, letteralmente montagne di casse di munizioni italiane”. Non è più un segreto per nessuno: l’Italia che oggi si interroga in chiave anti Is sull’opzione militare in Libia ha armato fino ai denti il regime e probabilmente le fazioni di ribelli che l’hanno fatto cadere. Indirettamente ha rifornito pure gli jihadisti, che ora quelle armi se le prendono a forza mentre avanzano dalla Cirenaica alla Tripolitania. Ma in Parlamento quasi nessuno lo sa. I politici italiani poco o nulla discutono e sanno di sistemi d’arma e di forniture militari, e tuttavia sono gli stessi che presto potrebbero essere chiamati a prendere una decisione su un eventuale intervento delle Forze armate, con tutte le conseguenze del caso per gli italiani e la sicurezza nazionale.

A denunciarlo è la Rete Italiana per il Disarmo che domani, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, insieme ad altre associazioni pacifiste lancerà un appello contro la soluzione militare e contro la politica che sempre asseconda il grande business dell’industria bellica nazionale. Com’è noto, il governo deve produrre annualmente una Relazione sulle esportazioni di sistemi militari e inviarla alle camere. L’ultima, quella relativa al 2013, è stata inviata a giugno dell’anno scorso ed è un malloppo di 1672 pagine (leggi). E’ un documento di non facile lettura e infatti nessuno, a quanto pare, lo legge. “Le informazioni che riporta – spiega Giorgio Beretta – sono così generiche, incomplete o aggregate che non si riesce a capire a chi in definitiva finiscano le nostre armi, verso quali paesi il governo abbia autorizzato le aziende all’esportazione, di quali specifici sistemi militari, per quale quantità e valore. Viene indicato il numero di elicotteri esportati, ma non specificato se si tratta di mezzi per il soccorso venduti alla Guardia Marina o un Mangusta d’attacco. Così le navi, non puoi sapere se è un mezzo per lo sminamento o una nave anfibio d’attacco come quella che abbiamo venduto all’Algeria”. I parlamentari potrebbero però chiedere delucidazioni a chi redige il documento, ai ministeri degli Esteri, della Difesa e del Tesoro. Ma raramente lo fanno, e la ragione è “disarmante”.

Quella documentazione infatti non viene neppure discussa nelle competenti commissioni di Camera e Senato (Affari costituzionali, Esteri, Industria, Difesa e Finanze), nonostante la legge preveda che ciò avvenga entro 30 giorni dalla trasmissione del testo. “Sono otto anni, dal 2008 a oggi, che le Commissioni parlamentari non prendono neppure in esame queste Relazioni. Solo ora, dietro nostre insistite sollecitazioni, si comincia forse a discuterne”, spiega Beretta. “E’ un fatto preoccupante: il Parlamento deve tornare a esercitare un adeguato controllo sulle attività dell’esecutivo in una materia che tocca direttamente la politica estera e la sicurezza nazionale. Deve verificare se queste esportazioni corrispondono alla politica estera e di difesa del nostro Paese o se, invece, non siano soprattutto dettate dall’esigenza di incrementare gli ordinativi a favore delle industrie militari, in particolare di quelle a controllo statale come Finmeccanica”.

E che cosa dice l’ultima relazione sull’export di armi? Che il conflitto, finché non bussa alle porte, fa bene all’Italia. Per quanto opaco e approssimativo, il documento certifica che nel 2013 non c’è stato alcun crollo nelle esportazioni di sistemi militari italiani come sovente sostenuto dalle imprese e da ambienti della Difesa: sono stati infatti spediti nel mondo armamenti made in Italy per oltre 2,7 miliardi di euro (€2.751.006.957), cioè solo poco meno della cifra-record realizzata nel 2012 (€2.979.152.816): un calo quindi (del 7,7%) ma non certo un “crollo”. E dunque l’Italia che vuole imporre la pace nel mondo continua ad armarlo alla guerra. C’è di più: nel 2013 si è registrato un record di autorizzazioni e di esportazioni di sistemi militari proprio nella zone di maggior tensione del mondo. Su un totale di 2,1 miliardi di euro di esportazioni autorizzate, oltre un terzo (709 milioni) sono state rilasciate ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Anche il 29,4% dei sistemi d’armamento, per una cifra pari a 810 milioni di euro, sono stati effettivamente esportati verso questi paesi e nelle zone più calde e conflittuali. Un record ventennale, si diceva, che la Relazione omette però accuratamente di segnalare ai Parlamentari. Casomai, è inteso, la leggessero.