Una delle emittenti radiofoniche controllate dallo Stato Islamico ha definito il ministro degli esteri Paolo Gentiloni “ministro dell’Italia crociata“. E’ quanto si apprende dall’edizione odierna del radiogiornale ufficiale dell’Isis, diffuso dall’emittente Al Bayan, che trasmette da Mosul, roccaforte degli jihadisti nel nord dell’Iraq. L’edizione mattutina del giornale-radio afferma che Gentiloni, “ministro degli esteri dell’Italia crociata”, “dopo l’avanzata dei mujahidin in Libia ha detto che l’Italia è pronta a unirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee per combattere lo Stato Islamico”. L’espressione “Nazioni atee” in arabo è un riferimento implicito alle Nazioni Unite: le due espressioni in arabo sono molto simili. L’emittente si riferisce alle parole pronunciate dal capo della Farnesina, che in un’intervista a SkyTg24, aveva spiegato che l’Italia è pronta a “combattere in Libia in un quadro di legalità internazionale”, sottolineando che “l’Italia è minacciata da quello che sta accedendo in Libia. Non possiamo accettare l’idea che a poche miglia di navigazione ci sia una minaccia terroristica”.

Oggi, 14 febbraio, Gentiloni è tornato sull’argomento e confermato la propria posizione: “Già ora l’Italia è in prima linea nella lotta a terrorismo sul piano militare, politico, culturale – ha detto il ministro nel suo intervenendo al convegno Come cambia il mondo, organizzato dal Pd – questa battaglia dobbiamo farla anche in Libia di fronte alla minaccia terroristica che cresce a poche ore di navigazione. Certamente in una cornice Onu, ma non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità per ragioni geografiche, economiche e di sicurezza”. “Nessuno pensa a fare interventi al di fuori di un progetto politico – ha aggiunto Gentiloni – ma dobbiamo renderci conto che la situazione si sta deteriorando e il lavoro politico diplomatico deve essere una priorità”. “Per navigare in questo mare in tempesta – ha sottolineato – serve un grande impegno di governo e Parlamento”.

A Sirte, intanto, città sulla costa libica conquistata nei giorni scorsi dai miliziani, uomini armati hanno preso il controllo di diversi edifici governativi compresi uffici dell’amministrazione locale, stazioni radiofoniche e televisive. Secondo l’agenzia di stampa statale libica uomini armati hanno costretto gli impiegati statali a lasciare il palazzo del governo locale dopo aver fatto irruzione nell’edificio. Un “convoglio militare” con bandiere dello Stato islamico, inoltre, ha circondato l’ospedale difeso dalle milizie islamiche del “Central Libya Shield” e hanno ottenuto lo sgombero del nosocomio. I pazienti sono stati portati a Misurata, dove è basata la milizia, e sull’edificio sventolerebbe ora la bandiera nera dello Stato islamico ma l’informazione non è confermata. Ma non solo. L’Isis a Sirte ha distribuito volantini annunciando l’intenzione di prendere proprio Misurata. Dopo Tripoli e Bengasi, Misurata è la terza maggiore città della Libia e principale porto. Finora è stata fedele al governo di Tripoli. E’ circa 250 chilometri a ovest di Sirte.

A Sirte i combattenti hanno anche attaccato i giacimenti petroliferi di Bahi e Dahra vicino alla città, secondo il Libya Herald. Ieri i militanti hanno anche preso il controllo di due stazioni radio di Sirte, “Voce libera” e “Radio Mikdashi,” trasmettendo versi del Corano e discorsi del capo dello Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi e del portavoce del gruppo, Abu Mohammed al-Adnani. Aerei da guerra dell’esercito nazionale libico hanno anche lanciato diversi attacchi aerei contro i militanti dello Stato, ma non è stato immediatamente reso noto il numero delle vittime, secondo quanto ha riferito il giornale locale al-Wasat.

Secondo la Saudi Press Agency, inoltre, i militanti dello Stato islamico avrebbero attaccato un oleodotto che trasporta il petrolio dal sud della Libia fino a Tobruk. L’agenzia cita impiegati della società di gestione del tratto, che trasporta circa 180.000 barili al giorno. Al momento, spiega un funzionario della National Oil Corporation, la società pubblica del petrolio, non è ancora arrivata alcuna rivendicazione ufficiale, ma il forte sospetto è la presenza dell’Isis dietro al sabotaggio.