Mentre si continua a votare sulle riforme costituzionali nelle condizioni più riprovevoli e assurde che si possano immaginare, il nostro Mezzogiorno rischia di vedersi sottratti interi settori di produzione che potrebbero contribuire significativamente al rilancio dell’economia e al sostegno della crescita e dell’economia reale del nostro Paese.

A questo proposito, si potrebbero fare innumerevoli esempi che vanno dal comparto dell’automotive a quello del tessile-moda, dal settore dei call center a quello dell’elettronica; nessun ambito è risparmiato, e l’ultimo caso riguarda una società che si occupa della progettazione, costruzione ed installazione di caldaie di grande taglia per impianti e produzione di energia elettrica: l’Ansaldo caldaie spa del gruppo Sofinter di Gioia del Colle in provincia di Bari.

Ne parlerò in particolare per due motivi essenziali.

Innanzitutto, perché non capisco cosa aspetti il governo a varare un piano straordinario per contrastare le delocalizzazioni delle attività produttive sia in Paesi appartenenti all’Unione Europea, sia in quelli non aderenti all’Unione Europea. In secondo luogo, perché siamo prossimi alla discussione in Parlamento e in Europa di iniziative di rilevanza cruciale per l’occupazione e l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

L’Ansaldo caldaie spa, tra il 2008 e il 2013, ha registrato una riduzione progressiva di fatturato da 250 milioni di euro a 88 milioni di euro nel 2013, con una diminuzione degli ordini acquisiti da 340 milioni di euro nel 2008 a 58 milioni di euro nel 2013. Tanto è stato che dal prossimo 10 aprile l’azienda decide di dare inizio ad una nuova e diversa strategia produttiva avvalendosi di forme di delocalizzazione che porteranno inesorabilmente alla chiusura della attività produttiva di Gioia del Colle, con l’avvio della procedura di licenziamento di ben 197 persone. Le motivazioni dipendono, come si è detto, dal crollo degli ordini determinato dalla competizione dell’azienda con alter aziende a livello globale che producono in Paesi a basso costo di produzione, come emerge da una comunicazione inviata dalla stessa azienda a sindacati e Confindustria. Del resto: mentre il costo medio orario dell’unità produttiva di Gioia del Colle che si occupa esclusivamente della fabbricazione di boiler è di 38 euro, nei Paesi low cost a basso costo di produzione (Romania in Europa, ma anche Corea e Cina) corrisponde a 10 euro.

Eppure, stando a quanto denunciato immediatamente dai sindacati, ci sarebbe stata l’aggiudicazione di diverse commesse attese da tempo che avrebbero comunque assicurato la saturazione delle maestranze, evitando di mettere in crisi il tessuto produttivo del territorio in nome del mero profitto e contravvenendo ai principi basilari della responsabilità sociale dell’azienda. Qualche giorno fa il Ministero dello Sviluppo economico, nell’ambito di un tavolo di crisi ad hoc convocato presso il Dicastero stesso, ha rigettato con fermezza l’ipotesi di chiusura dello stabilimento, invitando l’azienda a presentare una proposta alternativa. Il viceministro all’Economia Claudio De Vincenti è, infatti, intervenuto duramente al riguardo sostenendo che serve “un processo di riorganizzazione profonda” con la ricerca di “tutte le possibili soluzioni alternative”.

Lunedì prossimo è prevista una seconda riunione al Ministero, ma considerate le premesse, si teme che l’aziende continuerà a ribadire le ragioni del piano di dismissione giustificandole con la forte contrazione dovuta alla crisi mondiale e alla competizione con aziende a livello globale, ma sopratutto l’alto costo orario del lavoro nello stabilimento pugliese.

Ora. E al netto di questo singolo caso. Cosa vogliamo fare prima che questa impresa, come tante tantissime altre, traslochino e chiudano definitivamente? Le riflessioni sulla perdita di competitività delle imprese italiane sui mercati internazionali sono da lungo tempo all’ordine del giorno di numerosi articoli di stampa nazionale e locale e nessuno muove un dito. Nell’ultimo decennio oltre ventisettemila aziende italiane hanno delocalizzato la produzione all’estero, creando oltre 1,5 milioni di posti di lavoro esteri e lasciando allo stato italiano una fattura da ben 15 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali. E a ben vedere, soltanto il dieci per cento di queste aziende sono andate oltre i confini europei (soprattutto in Asia) mentre la restante parte sono rimaste in Europa e soprattutto nei paesi balcanici perché appaiono maggiormente stabili sotto il profilo strettamente istituzionale, perché più vicine geograficamente e e soprattutto perché più convenienti per il basso costo del lavoro. Del resto, come rilevato da uno studio condotto dalla Confindustria Balcani nel 2012, il salario medio in Romania è di 350 euro mentre in Albania è ancora più basso, 250 euro; più in generale il salario medio nell’area balcanica è di 411 euro, circa tre volte in meno rispetto al salario medio in Italia.

Questo e quanto. E il governo cosa fa? Magari rafforza gli strumenti di Export Bank nel c.d. Decreto Investment Compact, trasformando la Sace S.p.a in una banca vera e propria, ma continua a disinteressarsi completamente del problema delle delocalizzazioni. E non parlo direttamente del viceministro De Vicenti. Si tratta di un’intera strategia che manca in questo Esecutivo.

Eppure le proposte in Parlamento ci sono, ma non si ha il tempo di parlarne. Tutto si concentra su altri obiettivi.

Mi chiedo solo…cosa andranno a dire i nostri rappresentanti nell’ambito della riunione interparlamentare di Riga il prossimo 22 e 23 febbraio dove si parlerà, tra le altre cose, anche di “Garanzia giovani”, se non riusciamo neanche a trattenere in Italia un’azienda come la Ansaldo caldaie s.p.a.?