Anche la seconda è andata. Ed è andata molto peggio della prima. Puntata con zero mordente, le solite gag da internamento immediato dei Boiler, la Theron che s’è fatta qualche km dall’America per sentirsi dire da Carlo Conti che sì, in effetti è molto bella, il fatto che l’unica differenza che intercorreva tra Raf e Biagio Antonacci fosse la camicia. La mia serata ha però avuto una svolta inattesa quando scopro il post di Corrado Passera sul suo profilo Facebook. In un sol colpo – ce ne vuole – mi ha fatto rivalutare Alessandro Siani che a sua volta mi aveva fatto rivalutare Matteo Salvini. Nel mezzo? Il fatto che il 75% dei pezzi siano un riadattamento di “Iris” dei Goo Goo Dolls, lo stupendo profilo twitter di Aurelio Travaglioli, il nonno che tutti vorremmo avere e l’immenso Pino Donaggio. Le canzoni invece sono penose.

Lorenzo Fragola: “Siamo uguali” – Tra “The Reason Why” e questo riesce nella difficile impresa di fare due plagi di pezzi a caso di Ronan Keatin/Boyzone. Però incredibilmente gira bene con la classicissima climax da pop-rock in hi-fi. Come Nek, nel suo essere assolutamente anacronistico, gira. Voto 6,5.

Raf: “Come una favola” – Arriva sul palco con due occhietti da sigaretta-simpatica. Non contento stecca, caccia fuori un ritornello che fa “E’ di me che hai bisogno e io ho bisogno di te” e la fiera delle banalità è solo all’inizio. Improponibile. Voto 3.

Irene Grandi: “Un vento senza nome” – E’ anche qui la solita canzone della Grandi. Quel rockettino sinfonico che vorrebbe graffiare e invece scimmiotta sempre se stesso. Da lei ci si poteva attendere l’azzardo. Voto 4.

Bianca Atzei: “Il solo al mondo” – Pezzo di una banalità sconcertante. La penna è di Kekko dei Modà e non credo ci sia altro da aggiungere. Voto 2.

Biggio e Mandelli: “Vita d’inferno” – Fanno la marcetta di paese quando c’è da festeggiare il patrono e vorrebbero essere Cochi e Renato. Una cosa che potrebbe parere anche simpatica se non fossero loro a farla. Lo sapete no come si fanno chiamare? Ecco, nomen omen. Voto 2,5.

Marco Masini: “Che giorno è” – Spiega la voce ai quattro venti, fa fatica a tenere questo pezzo urlatissimo che suona quasi neomelodico nel suo essere esagerato e tronfio. Va forse meglio degli altri perché ci mette grinta. Almeno quella. Voto 4,5.

Moreno: “Oggi ti parlo così” – Valga la considerazione sui Goo Goo Dolls. Salvo che qui c’è la tassa Coldplay. Voto 6 solo perché il livello medio è imbarazzante.

Il Volo: “Grande amore” – Vuoto pneumatico. Una specie di mix terrificante tra Gigi D’Alessio e Bocelli. Una cosa da grado zero della musica. Se esistessero i voti negativi non esiterei. Putroppo devo limitarmi. Voto 0.

Anna Tatangelo: “Libera” – Il solito testo della Tatangelo sull’importanza della libertà. I soliti archi. La solita nenia. Lei che pare si sia trapiantata il volto della Oxa. Un buco nell’acqua, l’ennesimo. Voto 3.

Nina Zilli: “Sola” – Sòla. Voto 4.

Per chiudere in bellezza Marzullo apre così SottoVoce: “Ma Sanremo ci rende migliori o peggiori?”. Eh.