Fa acqua da tutte le parti il decreto salva Ilva varato dal governo alla vigilia di Natale. Come del resto era emerso fin dalla pubblicazione del testo in Gazzetta ufficiale, quando è apparso evidente che i circa 2 miliardi di euro stimati dal premier Matteo Renzi come investimento complessivo necessario per Taranto erano tutto meno che a portata di mano. Perché gli 1,2 miliardi sequestrati ai Riva, azionisti del gruppo con il 90%, benché siano stati “scudati” sono in gran parte custoditi in Svizzera e i commissari straordinari Piero GnudiCorrado Carrubba e Enrico Laghi stanno ancora trattando per riportarli in Italia. E si scontrano con il muro opposto dai magistrati di Zurigo, contrari all’ipotesi di “girare” quei soldi alle autorità della Penisola prima di una sentenza definitiva passata in giudicato nei confronti dei componenti della famiglia Riva accusati di evasione, riciclaggio e truffa ai danni dello Stato. Di qui la necessità di mettere pezze qua e là nel corso dell’iter parlamentare, che dovrà concludersi entro il 6 marzo pena la decadenza del provvedimento.

L’ultima riprova è arrivata giovedì, quando il governo, per permettere che andasse in porto l’ipotesi di un prestito d’urgenza di Cassa depositi e prestiti al siderurgico, ha presentato un emendamento che autorizza “l’organo commissariale a stipulare finanziamenti per un ammontare complessivo fino a 400 milioni di euro assistiti dalla garanzia dello Stato” e istituisce appositamente “nello stato di previsione del ministero dell’Economia un fondo a copertura delle garanzie dello Stato concesse ai sensi della presente disposizione, con una dotazione iniziale di 150 milioni di euro per l’anno 2015”. Non solo: un’altra proposta di modifica dell’esecutivo ha recepito in toto quella presentata il 30 gennaio dal presidente della commissione Industria Massimo Mucchetti. L’emendamento, destinato a diventare parte integrante del decreto definitivo, nasce dalle critiche del procuratore Francesco Greco, secondo cui il testo attuale potrebbe bloccare il rientro dei capitali dalla Svizzera.

Ma l’escamotage individuato per fugare le obiezioni dei giudici svizzeri sembra di dubbia fattibilità, perché non affronta la loro perplessità di fondo legata alla possibilità, per quanto remota, che i Riva possano alla fine risultare vincitori delle cause penali pendenti. L’emendamento prevede infatti che i commissari dell’amministrazione straordinaria possano “richiedere che il giudice procedente disponga l’impiego delle somme sequestrate (…) per la sottoscrizione delle obbligazioni emesse dalla società in amministrazione straordinaria”. A questo punto “il sequestro penale delle somme si converte in sequestro delle obbligazioni”, che “sono nominative e devono essere intestate al Fondo unico di garanzia“, quello su cui sono depositati i poco più di 160 milioni ora a disposizione di Gnudi, Carrubba e Laghi. Le somme ottenute dalla sottoscrizione delle obbligazioni saranno poi versate “in un patrimonio” della società in amministrazione straordinaria destinato “in via esclusiva all’attuazione e alla realizzazione del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria dell’impresa” e “nei limiti delle disponibilità residue a interventi volti alla tutela della sicurezza e della salute, nonché di ripristino e di modifica ambientale”.

Peraltro resta tutta da chiarire l’architettura societaria che il governo intende mettere in campo per risanare il siderurgico e, stando agli auspici, cederlo poi a uno o più gruppi privati. Non sono ancora state definite le modalità di intervento di Cassa depositi e prestiti, chiamata in partita dal governo sia come investitore nella newco che dovrebbe prendere in affitto gli impianti sia – insieme alle banche già creditrici – come fornitore della liquidità indispensabile per pagare i dipendenti e i fornitori, che nel frattempo continuano a protestare e venerdì manifesteranno di nuovo davanti a Palazzo Chigi.

Sullo sfondo resta poi la spada di Damocle delle eventuali azioni legali che gli stessi Riva, di fatto espropriati all’atto dell’ammissione dell’Ilva alla procedura di insolvenza, potrebbero intentare nei confronti dello Stato. La famiglia ha appena deciso di mettere in liquidazione la holding Riva Fire, a cui faceva capo il siderurgico e che ha chiuso il 2014 con perdite per oltre 1 miliardo di euro. Come riportato da Il Sole 24 Ore, nella relazione sulla gestione allegata al bilancio il consiglio di amministrazione scrive che la richiesta di ammissione alla legge Marzano rivista dal decreto Ilva “sembra un atto sotteso più ad una finalità espropriativa che alla ricerca dell’equilibrio tra industria e compatibilità ambientale” e “della cui tenuta, anche in relazione a principi costituzionali e comunitari, fortemente si dubita”. Di conseguenza Riva Fire non esclude ricorsi “per i danni subiti a seguito dei provvedimenti, ritenuti ingiusti, di commissariamento e di sequestro degli impianti”.