C’è un rischio enorme nello scrivere immediatamente dopo le tragedie avvenute in questi giorni tra la Libia e Lampedusa, il rischio più grande infatti è quello di cadere nella retorica. Stretti tra l’indifferenza e il cinismo di questa epoca la prima cosa che si rischia di perdere è la lucidità. Occorre allora fermarsi, respirare, evitare di pronunciare parole sconnesse e capire innanzitutto dove siamo, in quale contesto si sviluppa una tragedia come questa.

Nelle ultime settimane, nonostante le pessime condizioni del tempo, abbiamo assistito al ripetersi di incidenti in mare nei quali hanno perso la vita migranti, al largo della Grecia, al largo della Tunisia, al largo della Libia. Si muore tra le onde e si muore di freddo, non solo in mare, ma anche nelle tende dei campi profughi in Libano. L’umanità si sta muovendo, uomini e donne, a decine di migliaia si spostano dai loro paesi, fuggono dalle guerre, dalla povertà e cercano speranza. Sia nel Corno d’Africa che in Medio Oriente la situazione è destinata a peggiorare per le tensioni geopolitiche, e questo sta producendo qualcosa che l’umanità non aveva mai conosciuto dal dopoguerra.

Queste migrazioni in grande misura avvengono tra gli Stati Africani e tra quelli del Medio Oriente, la gran parte dei profughi li si fermano, ingrandendo le lunghe file di tende nei campi profughi oppure prendendosi interi pezzi di periferie delle città. Nazioni dalle quali si partiva ora sono divenute di transito e immigrazione, la Turchia ed il Marocco che quest’anno ha regolarizzato 28 mila persone sono l’esempio più evidente. Solo una minima parte di questa umanità arriva in Europa. Luoghi come Lampedusa, Melillia, Ceuta, sono divenuti i simboli europei di questa vicenda, i palcoscenici di tutte queste contraddizioni.
Così mentre la politica si azzuffa con i comunicati stampa, mentre noi scriviamo, il contatore dei morti non smette di girare (mentre scrivo apprendo che i dispersi in mare sarebbero 300).

Una questione come questa non può essere risolta semplicemente da un singolo continente, impossibile da un singolo Stato, pazzesco affidare alla guardia costiera di Lampedusa il compito di ridurre i danni. E’ davvero inconcepibile poi che sia una singola isola come Lampedusa a dover assumere questo compito che interi continenti non vogliono affrontare. Dobbiamo allora pensare al fenomeno della migrazione e dei profughi e richiedenti asilo come “emergenza globale” e affrontarlo da questo punto di vista. Se l’emergenza è globale, globale deve essere la risposta. Guerre ed emergenze climatiche, disoccupazione di massa, aumento della popolazione giovanile e impoverimento di interi paesi nei prossimi venti anni allargheranno il numero di chi cercherà un futuro migliore. Mettetevelo in testa, quello che vediamo è solo l’inizio di un processo che è dentro la globalizzazione. Questo è l’unico dato certo che tutti quelli che si occupano della materia condividono. Queste persone si affideranno alle mafie per passare i nostri confini chiusi, si lacereranno la pelle per passare le nostre reti di filo spinato. E dopo il deserto passeranno il mare, perdendo amici e parenti in questo viaggio in cui si lascia la propria dignità per entrare in Europa.

Mare Nostrum non c’è più ma come si vede non era questa operazione di salvataggio in mare ad attirare queste persone come sosteneva l’indifferente Europa.

In questo contesto nell’immediato occorre avere il coraggio di proporre un grande intervento umanitario in grado di affrontare con pragmatismo questo fenomeno, vanno aperti i corridoi umanitari ed ogni società, ogni Stato dovrebbe fare la sua parte accogliendo una quota di questa umanità in cammino.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbe prendere atto di questa emergenza, deve  riunirsi immediatamente e trovare una soluzione di questo tipo. Dopo la fine di Mare Nostrum, Lampedusa è di nuovo al fronte, qui si sommeranno di nuovo tutte le tensioni e le contraddizioni che la politica non vuole sciogliere. Nulla cambierà dopo queste tragedie, ascoltate allora le parole che partono da qui, e fate conoscere questo messaggio a tutto il pianeta terra, a tutta l’umanità.