Dalla prossima stagione – anticipa la Gazzetta dello Sport oggi in edicola – sarà la Lega a gestire in esclusiva la produzione televisiva degli incontri di Serie A. Registi e produttori scelti e pagati da via Rosellini si occuperanno delle inquadrature, del montaggio, della scelta dei replay, della grafica e delle… linee in sovraimpressione che mostrano o meno il fuorigioco. Non è affatto casuale che questa indiscrezione assai informata, in attesa di trovare riscontro venerdì alla prossima assemblea di Lega, sia stata fatta uscire all’indomani della feroce polemica tra Milan e Juventus sul posizionamento della linea fuorigioco al momento del gol di Tevez. Per due giorni in ufficio come a scuola, al bar come in televisione e in Parlamento, si è parlato solo della “prospettiva” di quella linea nera tracciata dal computer sul campo dello Juventus Stadium. La prospettiva di una produzione televisiva controllata direttamente dalla Lega però, è quella dell’ennesimo, enorme, conflitto d’interessi.

Un passo indietro è necessario, dalla stagione 2010-11, da quando cioè entra in vigore il decreto legge 9/2008, conosciuto come Legge Melandri, si ritorna alla vendita centralizzata dei diritti tv. Contestualmente si decide che la gestione di questi diritti sia affidata ogni tre anni a un advisor (che casualmente da allora sarà sempre Infront) scelto dalla Lega, e si stabilisce anche che la gestione delle immagini sia affidata alle televisioni (il duopolio Sky – Mediaset)  con la supervisione di un producer della Lega che ne assicuri l’imparzialità. Oggi Galliani, grande elettore del presidente Beretta in Lega (di cui è vicepresidente) e del presidente Tavecchio in Figc (di cui è consigliere il suo grande alleato Lotito) spinge per il ritorno alla produzione autarchica delle immagini da parte della Lega. E i più maliziosi sostengono che la polemica sul gol di Tevez sia stata creata ad arte per questo.

E qui si arriva al conflitto di interessi. Nella selva di dichiarazioni e comunicati succedutisi dopo la partita di sabato sera, a un certo punto la Juventus nel noto attacco al “sig. Geometra Galliani” tra le altre cose scrive: “[Galliani ndr.] Pare ignorare che molte società hanno scelto di delegare tale produzione, poiché in tal senso sensibilizzate da un soggetto che agisce sul mercato in veste di advisor della Lega stessa, di procacciatore di sponsor per le società e perfino di produttore d’immagini”. Dove il non specificato soggetto che agisce sul mercato in veste di advisor è ovviamente Infront: la potentissima multinazionale che gestisce le sorti del calcio italiano e, essendone l’unica fonte di finanziamento, ne indirizza le scelte politiche e strategiche. Vediamo come. Innanzitutto questo nasce dall’incapacità del calcio italiano di trovare guadagni da marketing, merchandising e matchday e di dipendere i toto dalle televisioni: se all’estero un club dalle tv ricava il 20-30% del fatturato in Italia si oscilla tra il 60-70%.

Il calcio italiano dipende quindi dalle tv, e chi si occupa di gestire i rapporti tra Serie A e tv? Un’azienda nata nel 2006, quando la multinazionale Infront (nel cui cda c’è Philippe Blatter, nipote del presidente della Fifa) acquista Media Partners da Marco Bogarelli e crea Infront Italia di cui diventa responsabile lo stesso Bogarelli: uomo Mediaset molto vicino Silvio Berlusconi e Adriano Galliani. Che a un certo punto Infront Italia assuma l’ape regina Sabina Began è una nota di colore che rende più evidente i contorni del quadro. Oltre a fare l’advisor per i diritti tv italiani, con un guadagno stimato in 35 milioni l’anno, Infront Italia diventa anche partner commerciale di alcune squadre, tra cui Milan, Genoa, Udinese e Lazio, grandi alleate in Lega nel sostenere Beretta e in Figc nel sostenere Tavecchio. Più recentemente anche della Federcalcio di Tavecchio e dell’Inter, che con l’avvento di Thohir al posto di Moratti ha cambiato schieramento. Non di Juventus e Roma, che nella battaglia politica guidano l’opposizione a Galliani e Lotito.

La gestione del calcio televisivo italiano in mano alla Lega significherebbe quindi affidare ancora più potere al monopolista Infront: non certo un giudice imparziale e disinteressato nella gestione economica e politica del calcio italiano. Se possibile, meno del duopolio Sky –Mediaset. Mentre in Italia si discute di Tevez e fuorigioco, intanto il Gruppo internazionale Infront Sports & Media AG passa di mano: per 1 miliardo di euro dal fondo Bridgepoint alla cinese Dalian Wanda Group, gestita da Wang Jianlin: uno degli uomini più ricchi della Cina (il quarto per Forbes) che a gennaio ha acquistato il 20% delle azioni dell’Atletico Madrid. Se la casa madre Infront, che grazie ai buoni uffici del nipote di Blatter ha ottenuto i diritti tv dei Mondiali per un giro di affari che il portale CalcioeFinanza stima in oltre 600 milioni di euro, diventerà cinese. Infront Italia resterà salda nelle mani di Bogarelli e dei suoi alleati, pronti a spartirsi il banchetto del calcio italiano e, già che ci sono, a decidere come raccontarlo attraverso la produzione delle immagini tv.

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