Per Sergio Mattarella sarà un trasloco veloce. Gli basterà, del resto, attraversare la strada che separa la Consulta dal Quirinale, dove lo attendono gli onori che si addicono alla prima carica dello Stato. Ma anche gli oneri del gravoso lascito di una scomoda eredità. Quei dossier delicati e spinosi che sarà presto costretto ad affrontare. Con l’autorevolezza del giurista esperto di diritto parlamentare e la responsabilità di garante della Costituzione che gli imporranno a breve scelte difficili e delicate. Dalla nuova legge elettorale alle riforme costituzionali, dai decreti attuativi del Jobs Act a quelli della discussa delega fiscale (ricordate la manina del 3 per cento?). Senza contare le tensioni tra il governo e la magistratura sulla riforma della giustizia che, in qualità di presidente del Csm, il nuovo capo dello Stato si troverà inevitabilmente a gestire.

LEGGE ELETTORALE – Se la Camera dovesse approvare lo stesso testo dell’Italicum uscito dal Senato, tra i primi impegni in agenda, la riforma della legge elettorale potrebbe presto arrivare al Colle per essere promulgata. Una riforma sulla quale numerosi giuristi hanno, però, sollevato dubbi di incostituzionalità. Giudizi spesso argomentati, quando si dice il caso, a partire dalla sentenza della Consulta che ha bocciato il Porcellum con una pronuncia alla quale, in veste di giudice costituzionale, lo stesso Mattarella ha partecipato. Da una parte ci sono le critiche dei ‘professoroni’ odiati e irrisi da Renzi, categoria alla quale anche il nuovo presidente della Repubblica appartiene. “Per come sono congeniate le ‘non preferenze’ odierne si ripropone un Parlamento di nominati in sostanza”, obietta per esempio il presidente emerito della Consulta, Gustavo Zagrebelsky. Va addirittura oltre il costituzionalista ed ex parlamentare diessino, Massimo Villone: “L’Italicum è un’emerita porcheria. E soprattutto a mio avviso è palesemente incostituzionale, confermando tutti i profili di illegittimità ai quali la Corte àncora la decisione sul Porcellum”. Insomma, un ‘vizio manifesto’ di costituzionalità, a detta di molti giuristi, di fronte al quale il nuovo capo dello Stato avrà due opzioni: firmare o rinviare la legge al Parlamento, benedicendo o sconfessando il testo nato e ritoccato dal Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi.

RIFORMA COSTITUZIONALE – Rilievi, quelli sull’Italicum, che si fanno ancora più critici quando il tema si sposta sulla riforma costituzionale che il governo sta portando avanti a colpi di ghigliottina e balzi del canguro per decapitare i tentativi di ostruzionismo dell’opposizione e dribblarne la pioggia di emendamenti. Anche sul nuovo impianto costituzionale, a cominciare dalla trasformazione del Senato in assemblea non eletta direttamente dal popolo per il superamento del bicameralismo perfetto, le critiche non mancano. “Spazzare via il Senato è inutile e dannoso – spiega il costituzionalista Alessandro Pace – Il bicameralismo legislativo ci ha salvato tante volte, perché una delle due Camere riparava i danni dell’altra. Pensiamo forse che in futuro parlamentari saranno più bravi di quelli attuali?”. Certo di fronte ad una riforma, anch’essa figlia del Patto del Nazareno, che per essere approvata necessita dei due terzi dei voti del Parlamento o di un referendum confermativo, la promulgazione sarebbe praticamente obbligata. Come si porrà Mattarella rispetto alle criticità del nuovo impianto costituzionale evidenziate da eminenti giuristi? Anche in questo caso le opzioni possibili sono due. Tenersi lontano dal dibattito e dal confronto politico oppure ricorrere a quella moral suasion che, in più di un’occasione, il suo predecessore aveva praticato.

JOBS ACT – Un altro dei provvedimenti costituzionalmente controversi con cui il nuovo capo dello Stato si troverà a fare i conti è il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro che ha modificato, tra l’altro, l’art. 18 per i neoassunti, circoscrivendolo ai licenziamenti discriminatori. Il premier conta di chiudere la partita entro la prima metà di febbraio, visto che al momento il decreto attuativo è nelle rispettive commissioni Lavoro di Montecitorio e Palazzo Madama. L’impianto della riforma piace a Confindustria ma non a Cgil e Uil (la Cisl lo condivide se pur con qualche distinguo). Solo pochi giorni fa il sindacato guidato da Susanna Camusso è tornato ad esprimere forti critiche sul provvedimento, ritenuto ‘non equilibrato’ e ‘non rispondente al mandato della delega‘. In sostanza “non c’è traccia di quali siano le tutele progressive”. Critiche che fanno il paio con quelle arrivate da alcuni importanti giuslavoristi, fra i quali Michele Tiraboschi. Secondo il direttore di Adapt (il centro studi fondato da Marco Biagi), il Jobs Act rischia di causare un “apartheid” visto che il doppio regime porterà “lavoratori che hanno le stesse mansioni” ad avere “tutele differenti”. Senza dimenticare il fuoco amico. Il senatore Miguel Gotor, componente della minoranza dem, lo ha bollato come “regressivo”, la “stanca riproposizione di un nucleo ideologico liberista importato in Italia da Giulio Tremonti“. Insomma, un’altra legge dai profili costituzionali quantomeno controversi di cui Mattarella potrebbe trovarsi costretto a vigilare con attenzione.

TOGHE E POLITICA – È ormai diventata una polemica stucchevole quella fra il numero uno di Palazzo Chigi e l’Associazione nazionale magistrati (Anm). E non solo per la questione delle ferie, ma anche per i contenuti di una riforma della giustizia che secondo le toghe, al di là degli slogan del governo, non risolve i problemi. Combattuta anche a colpi di dichiarazioni via Facebook, l’ultima querelle è andata in scena giusto qualche giorno fa, quando Renzi è tornato ad attaccare frontalmente i magistrati: “Trovo ridicolo, e lo dico senza giri di parole, che se hai un mese e mezzo di ferie e ti viene chiesto di rinunciare a qualche giorno, la reazione sia: il premier ci vuol far crepare di lavoro”. Scontata la risposta dell’Anm: “Il problema non sono i magistrati, ma le promesse mancate, la timidezza in materia di prescrizione e corruzione, la proposta, alla vigilia di Natale, di depenalizzare l’evasione fiscale fino al 3%”. Insomma, lo scontro ha superato i livelli di guardia. Un’altra grana di cui il nuovo presidente della Repubblica, in qualità di numero uno del Consiglio superiore della magistratura, dovrà occuparsi mettendo alla prova le sue riconosciute doti di mediatore.

DELEGA FISCALE – Poi c’è la vicenda della ‘manina’ di Palazzo Chigi che, alla vigilia di Natale, ha inserito nel decreto attuativo della delega fiscale, a Consiglio dei ministri concluso, una norma che salva dal processo chi evade o froda il fisco sotto il limite del 3% del reddito dichiarato. Beccato con le mani nella marmellata, Renzi ha congelato il provvedimento rinviandone la discussione al 20 febbraio. Una vicenda che più di un costituzionalista ha definito gravissima. “Siamo al di là di una leggerezza, siamo di fronte a un falso in atto  pubblico”, ha affermato Federico Sorrentino: circostanza “che per un premier, un ministro o comunque un funzionario pubblico è particolarmente grave”. Sulla stessa linea anche Alessandro Pace: “Renzi ha usato un sotterfugio per far sì che una sua volizione ‘individuale’ assumesse le sembianze di una disposizione legislativa approvata con tutti i crismi dal Consiglio dei ministri, contro la verità dei fatti”. Resta da capire se anche il nuovo presidente della Repubblica condividerà i rilievi critici dei giuristi una volta che la norma dovesse arrivare, salvo cambiamenti, sulla sua scrivania.

PARLAMENTO SVILITO – Infine la crescente mortificazione del potere legislativo. Certificata da un Parlamento sempre più impossibilitato a portare avanti leggi proprie e relegato alla subalternità dalla ‘fiducite’ del governo Renzi. I dati relativi alla legislatura in corso, compresa quindi la parentesi dell’esecutivo di Enrico Letta, parlano di soli 15 disegni di legge di iniziativa parlamentare, presentati cioè da deputati e senatori. Appena lo 0,36%, ha calcolato l’associazione Openpolis, degli oltre quattromila proposti. In meno di un anno dal suo insediamento, l’ex sindaco di Firenze ha battuto ogni record superando, con oltre il 50% di provvedimenti passati grazie al ricorso alla fiducia, tutti i governi che si sono succeduti dal 1996 ad oggi. Un aspetto su cui, in passato, anche il presidente della Repubblica uscente Giorgio Napolitano era più volte intervenuto. Nel 2007, ai tempi del governo Prodi, l’ex capo dello Stato si scagliò contro le Finanziarie approvate a colpi di fiducia e ridotte ad un solo articolo “di dimensioni abnormi”. Un anno dopo, con Berlusconi di nuovo a Palazzo Chigi, Napolitano rivolse un accorato invito al governo affinché garantisse “un corretto equilibrio tra governo e parlamento, senza forzature“. E il professor Mattarella, esperto di diritto parlamentare, potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione del suo predecessore. Di certo, conoscendo l’amore democristiano del nuovo presidente per le regole e i riti della Repubblica parlamentare, per Renzi potrebbero arrivare grattacapi seri. Almeno che non si decida a cambiare davvero verso.

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