Suppongo che se cominciassi questo post dicendo che c’è grossa crisi economica sfonderei di diritto nel novero dei Max Catalano del nuovo millennio (ricorderà chi tra voi già c’era, il personaggio che Catalano interpretava a Quelli della notte, che se ne usciva con massime come “è meglio essere promossi a giugno che bocciati a settembre”). Ovvietà.

Bene, la grossa crisi c’è, e il settore da molti indicati come unica vera ancora di salvezza per il mondo della musica, il live, ne sta risentendo in maniera incredibile. Lo dico a beneficio dei tanti sapientini che, ogni qual volta si sottolinei come di dischi non se ne vendano più se ne escono fuori con il fatto che ormai gli artisti campano coi live. Sì? Allora mi sa che fra un po’ ci sarà una moria di artisti che vi farà rivedere il concetto.

Andatelo a chiedere a Pier Paolo Capovilla, epigono del rock indie e impegnato, quello che cita Pasolini e Majakovskij. Lui, seriamente, ha annullato il suo tour per scarso numero di prevendite, decidendo di non infierire sui promoter locali, andando a dare bidoni in giro. Meglio ammettere la resa, avrà pensato, che fregare qualche piccola realtà locale che si sarebbe trovata a dover pagare per un concerto che non avrebbe poi fatto abbastanza biglietti per rientrare nelle spese. Funziona così, infatti, in genere. Un promoter nazionale propone un concerto, con un budget fisso. Un promoter locale, se non addirittura un locale, compra la data, a scatola chiusa. Come dire, speriamo che vada bene. Se così non è, amen, il promoter nazionale prende il malloppo e ne da una parte all’artista, il promoter locale chiude i battenti o poco ci manca.

Capovilla è persona seria, e col suo promoter nazionale, Bpm Concerti, ha deciso di non girare il pacco ai poveri malcapitati di turno, tanto di cappello. Uno dice, il mondo dell’indie è differente, chi lo anima ha una coscienza, lo fa per amore della musica, mica per il business. Poi capita di leggere altre cose, e uno qualche dubbio se lo pone.

È noto, stasera parte da Gallarate, nel varesotto, il tour teatrale degli Afterhours. O meglio, di quel che resta degli Afterhours, verrebbe da dire, se non fosse chiaro a tutti che gli Afterhours sono in realtà una persona sola, fatto che inficia la frase precedente.

Tour che nel giro di un mese, circa, tra Gallarate e Senigallia, porterà la band milanese a spasso per la penisola, dentro i teatri. Teatri che, per poter giustificare questo tour, dovrebbero essere pieni zeppi, visto che la band non esce esattamente per quattro spicci (voci di corridoio parlano di ventimila euro, non esattamente una sciocchezza). Teatri che, al momento, non risultano essere pieni, in previsione, visti gli scarsi numeri fatti in prevendita. Che in questo sia entrato quel piccolo terremoto avvenuto qualche tempo fa? Probabile, anzi, sicuro.

Riassumo i fatti, nel giro di una settimana, a inizio novembre 2014, gli Afterhours annunciano attraverso il web l’abbandono dei due Giorgio, prima Prette, batterista sin dagli esordi, quando ancora si cantava in inglese, parliamo di venticinque anni di storia comune, poi Ciccarelli, il chitarrista, ormai in line-up da quindici anni (quando subentrò a Xavier Iriondo, che se ne era andato per poi tornare).

Una vera tragedia per i fan, che la band aveva raccontato con dolore e dignità, parlando di abbandoni maturati nel tempo, dolorosi ma irreversibili, frutto di ragionamenti e tentativi evidentemente non andati a buon fine. I fan non l’hanno presa benissimo. Prette e Ciccarelli sono parte fondamentale della band, certo non il leader, indiscutibilmente Manuel Agnelli, ma sicuramente una componente insostituibile (i fatti diranno il contrario, visto che ora dietro le pelli siede il Calibro35 Fabio Rondanini, e alla chitarra, al fianco di Iriondo, Stefano Pilia dei Massimo Volume).

Ma come, uscite con la notizia di un tour nei teatri, partite con la prevendita e la band perde due pedine fondamentali, importantissime? Il tutto nell’arco di una manciata di giorni, dal 3 al 10 novembre, cioè neanche un mese dopo l’annuncio del tour dei teatri. Visto che di decisione maturata nel tempo (lo continueranno a dire anche in questi giorni, lanciando il tour), non era meglio annunciarla prima di andare a piazzare le date? Oops. Ecco che qualche dubbio comincia a circolare. Dubbio solido, consistente, quasi una certezza.

Non è che tanto tanto queste due fuoriuscite dolorose non siano state annunciate prima proprio per andare a far cassa? Per tirare su le somme dai promoter locali, che intanto hanno acquistato la data, contando poi sul calore del pubblico che da sempre segue la band? Il quindici gennaio arriva un post su Facebook che in qualche modo fa pensar male. Ciccarelli apre un proprio profilo sul social di Zuckerberg e scrive, senza girarci tanto intorno, di essere stato cacciato dalla band, nessun abbandono. Quindi qualcuno, si suppone Manuel Agnelli, ha accompagnato alla porta il chitarrista (una sorta di malore attivo di Pinelli), e stando a quanto hanno scritto sia la band che lo stesso Ciccarelli, non così, su due piedi, ma lo ha fatto dopo che Live Nation ha piazzato in giro per i promoter locali lo show nei teatri, a quel punto affari loro.

A questo punto che succederà? I promoter locali faranno una microclass action per chiedere a band e Live Nation di andare a sbigliettare, termine tecnico che sancisce la consuetudine di andare a prendere una parte degli incassi reali? La band chiederà scusa ai fan per il pacco tirato? I fan se ne fregheranno del pacco e andranno lo stesso a vederli, in barba al fatto di essere stati trattati come allocchi e in barba alla crisi?

Una cosa è certa, questa non è stata una bella vicenda. Agnelli, in una recente intervista ha orgogliosamente rivendicato la scelta fatta di tagliare con Prette e Ciccarelli, sottolineando come i membri rimasti siano quelli più importanti da un punto di vista artistico e creativo, e ha anche sottolineato come la band sia una band, non un gruppo di amici in gita. Tutto vero. Si è solo dimenticato di dirci i fan in questo discorso che ruolo hanno.