Delicato a Te - copertinaLiberato dalle paure che l’apparire incute ed emancipato dall’incubo delle passioni, il musicista torinese Andrea Seren Rosso, spronato da chi ascoltandolo si è riconosciuto nelle sue canzoni, abbandonata la batteria e imbracciata una chitarra, decide di raccogliere e portare in giro il suo immaginario con questo disco d’esordio intitolato Delicato a te (Controrecords) composto da dieci brani in prevalenza acustici e dalle atmosfere quasi oniriche, il cui filo conduttore è la ricerca interiore attraverso l’esperienza con l’altro, e le parole chiave sono Te, Amore, Solitudine, Sogno. “Il titolo – racconta il musicista – come tutto il lavoro del resto, è anch’esso frutto di collaborazione, scambio di opinioni, relazioni tra me e gli altri. Il ‘te’ del titolo rappresenta tutto ciò che sta fuori da me, che però mi rende umano e quasi completo, alla ricerca di completezza. Delicatamente, gioco con le parole e regalo queste dieci canzoni a me, te, chiunque”.

Andrea mi parli del tuo background artistico?
Sono nato e cresciuto in una famiglia ‘musicale’, i miei genitori sono musicisti amatori e grandi consumatori di musica. In casa si suonavano strumenti di vario genere e mi hanno insegnato questo atipico rispetto per la musica come forma di comunicazione ed espressione, come cultura. A 12 anni ho cominciato a studiare batteria, strumento sul quale ho sudato fino a qualche anno fa in innumerevoli formazioni, e tuttora non posso dire di aver abbandonato. Nel frattempo scrivevo mie piccole storie, rime, impressioni, e molto timidamente provavo a cantarle accompagnandomi alla chitarra, al pianoforte. La cosa mi ha sempre più intrigato, e cominciava a piacere agli occasionali ascoltatori. Così ho deciso di metterci tutto l’impegno.

Cosa significa per te scrivere una canzone?
Aiutarmi a capire. Conoscere. Me stesso, attraverso ciò che mi mette in relazione con gli altri e con la vita. Esiste un lato del mio essere superficiale, col quale sono costantemente in contatto, che possiede delle sue ragioni per spingermi a scrivere. Il piacere egoico, l’estetica delle parole in versi, il fare esperienza con gli arrangiamenti, la voglia di giocare con gli strumenti musicali. Ma quando una canzone è conclusa, e mi emoziona, lì dentro ci scopro un lato di me molto più nascosto, col quale nella quotidianità io non riesco a dialogare, ed ecco allora che la canzone mi insegna ancora una volta, magicamente, chi sono davvero.

Qual è l’aspetto di te che ti piacerebbe venisse colto da chi ascolta le tue canzoni?
Anche qui due lati paralleli che convivono in me: l’uno esteriore, l’altro interiore. Credo di possedere da sempre un inguaribile indole affabulatoria, su questo non ho dubbi. Quindi, non posso negare la soddisfazione di dare me stesso agli altri. Oltre questo, sono curioso di sapere come mi legge chi mi conosce soltanto attraverso le mie canzoni. Fare musica, cantare, fa di me uno strumento per veicolare una serie di stati d’ animo che mi scorrono dentro, rendendomi vivo. Malinconia, abbandono, pace, discrezione, cancellazione di tempo e spazio. Questo mi interessa.

Bella la copertina, cosa c’è da sapere al riguardo?
Per la copertina sono particolarmente orgoglioso di aver anche qui avuto un’epifania osservando i lavori di Agnese Gemetto, giovane artista che opera nel torinese, e insieme abbiamo scelto come affiancare immagini al percorso sonoro del disco. Volevo che fosse un bell’oggetto sotto diversi aspetti: una cosa tattile, con un’aria senza tempo, elegante. Insomma, è un lavoro corale, mi piace pensarlo. Io ho avuto la visione, altri l’ hanno seguita insieme a me.

Ultima domanda: quali sono le tue ambizioni legate a questo disco?
Avere la possibilità di farne un altro, e più di uno. Evolvermi.