Due miliardi di euro intascati dalle banche prelevandoli da conti correnti finiti in rosso. In modo illegittimo secondo il Movimento Consumatori, che sulla base della perizia del presidente dell’associazione nazionale consulenti tecnici del Tribunale in materia bancaria (Assoctu), Roberto Marcelli, ha stimato in questo ammontare i proventi dell’anatocismo nel 2014. L’anatocismo non è altro che l’inclusione di interessi già maturati nel calcolo dei nuovi interessi da versare. Un esempio concreto chiarisce il meccanismo: se sono in rosso di 1.000 euro sul conto pago interessi passivi di circa il 10% annuo (vale sempre la pena ricordare che quelli attivi ammontano a pochi decimali). Se non rientro, dopo un anno sono quindi in debito verso la banca di 1.100 euro. Con il divieto di anatocismo, l’anno successivo la banca dovrà applicare gli interessi solo al capitale originario, ossia sempre 1.000 euro, senza includere gli interessi passivi maturati nel frattempo. Il risultato è che dopo due anni dovrò restituire alla banca altri 100 euro, in tutto 1.200 euro. Invece le banche monitorate applicano il 10% ai 1.100 euro, facendo crescere il debito di 110 euro e non 100. Così il cliente si trova a dover ripagare un debito di 1.210 euro invece che 1.200. In realtà il conteggio degli interessi passivi avviene in genere su base trimestrale, ma il meccanismo non cambia. All’inizio può trattarsi di pochi euro ma è facile capire che più gli interessi si accumulano nel tempo più la pratica diventa onerosa per il debitore.

L’anatocismo, almeno in teoria, è vietato: la legge di Stabilità 2014 lo ha esplicitamente proibito – dopo che il legislatore nel 1999 lo aveva ripristinato – disponendo l’inderogabilità dell’articolo 1283 del codice civile che vieta, appunto, l’applicazione di interessi su interessi. La legge demanda però al comitato interministeriale credito e risparmio il compito di emanare una delibera che regoli complessivamente la questione degli interessi alla luce delle nuove norme. Secondo il Movimento consumatori, in attesa di questa delibera e nonostante le pronunce contrarie dei tribunali e della Cassazione, tutti gli oltre 30 gruppi bancari monitorati continuano a praticare l’anatocismo. Peraltro non ha giovato una certa confusione normativa, che ha lasciato ampio spazio a interpretazioni di segno opposto, e l’atteggiamento passivo di Banca d’Italia, che secondo il Movimento consumatori non ha preso posizione sulla questione e, dopo la riforma del 2014, non ha avviato la necessaria attività di vigilanza sulle banche. Per di più quest’estate l’anatocismo stava per essere reso di nuovo legale attraverso un emendamento al decreto Competitività, prima della precipitosa marcia indietro seguita alle proteste delle associazioni consumatori.

Fonti bancarie fanno notare come, considerata la complessità della materia, sia molto difficile intervenire mentre la normativa è ancora in evoluzione. Una tesi discutibile, secondo l’avvocato Paolo Fiorio del Movimento consumatori, visto che in ogni caso non ci sono dubbi interpretativi su questo punto. Del resto lo stesso il Tribunale di Milano che in una sentenza dello scorso febbraio ha chiarito che “al di là delle espressioni contraddittorie usate è indubbia l’intenzione legislativa di abolire l’anatocismo dai contratti bancari”. Pochi giorni fa lo stesso tribunale di Milano ha però respinto l’azione inibitoria avviata dal Movimento contro Ing, Deutsche Bank e Bpm. La motivazione, spiega Fiorio che annuncia ricorso, riguarda tuttavia la legittimazione e non il merito della questione. I giudici hanno infatti ritenuto che non fosse possibile un’azione collettiva su questo tema poiché è regolato dal Testo unico bancario e non dallo Statuto dei consumatori.

Per i conti dell’intero sistema bancario italiano, 2 miliardi di euro sono una cifra relativamente modesta. Ma sono entrate che possono fare comodo in un momento in cui l’intero sistema è alle prese con sofferenze in continua crescita che zavorrano i bilanci e affossano la capacità di creare valore degli istituti di credito. L’ultima tornata di trimestrali è stata caratterizzata in molti casi da una riduzione delle svalutazioni sui crediti deteriorati, quei prestiti che rischiano di non poter essere recuperati integralmente. In pratica si tratta di una scommessa su una prossima ripresa economica che dovrebbe innescare (di solito con un ritardo di 12/18 mesi) un miglioramento della situazione del credito. Purtroppo per ora i dati continuano a dire il contrario. Secondo via Nazionale lo scorso novembre le sofferenze sono aumentate rispetto all’anno prima del 18,4% in valore lordo (cioè senza considerare le svalutazioni già messe a bilancio). Un leggero rallentamento rispetto al +19% di ottobre, ma non certo un’inversione di tendenza.

In valore assoluti lo stock di crediti deteriorati lordi sfiora ormai i 180 miliardi di euro. I bilanci annuali che inizieranno a essere pubblicati a marzo fotograferanno meglio il reale stato delle cose. Nei giorni scorsi era circolata anche l’ipotesi che il governo stesse lavorando a un piano per alleggerire i bilanci bancari di una parte delle sofferenze sfruttando il piano di acquisto di titoli Abs (asset backed securities) avviato dalla Banca centrale europea. Un’operazione che avrebbe potuto comportare perdite per le casse dello Stato e alla fine è stata espunta del decreto su sistema bancario e investimenti varato dal Consiglio dei ministri il 20 gennaio. Nel frattempo altre misure messe in campo dalla Banca centrale europea sembrano iniziare a dare qualche timidissimo risultato. Le aste di liquidità Tltro (targeted long term refinancing operation) permettono alle banche della zona euro di finanziarsi a tassi irrisori ma, almeno in teoria, con il vincolo di utilizzare i fondi per erogare prestiti a famiglie e imprese. Le banche italiane hanno attinto a questo “bancomat” poco meno di 50 miliardi di euro, e questo spiegherebbe la modestissima (+0,1% su base annua) ripresa dei prestiti registrata dall’Associazione bancaria italiana in dicembre. Primo segno più, comunque, dall’aprile del 2012.

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