DIAUn fenomeno la cui portata è difficile da rilevare, che emerge spesso – mai nessuna nella sua interezza – solo a seguito di indagini complesse, prolungate, approfondite, per via della forza intimidatrice della criminalità organizzata.”

Questo il giudizio della Direzione Investigativa Antimafia, meglio nota come DIA, nella relazione presentata in questi giorni e relativa al primo semestre 2014, per quel che riguarda il fenomeno delle estorsioni. Sottolinea la DIA, come l’estorsione, ma soprattutto l’usura (in termini crescenti), costituiscano oggi per le organizzazioni mafiose la principale forma di controllo del territorio e canale privilegiato per infiltrarsi nell’economia legale del territorio.

Attraverso le estorsioni, il clan raggiunge due obiettivi: controlla tutto ciò che sul territorio ha valenza economica, ma soprattutto fa percepire alla popolazione residente la propria presenza.

La crisi economica non ha – evidenzia ancora la DIA – affatto dissuaso le mafie dall’avanzare pretese estorsive nei confronti delle proprie vittime: sarebbe percepito come un segnale di debolezza, quindi da evitare. Al più, i clan tollerano pagamenti “a rate” e nemmeno necessariamente in denaro (come l’ingresso come “soci” nelle società della vittima). In alcune indagini è addirittura emerso come alcuni estorsori, non riuscendo ad ottenere il pagamento ed evitando ripercussioni fisiche sulle vittime, siano giunti a chiedere agli stessi di ammettere, in pubblico e nelle proprie cerchie, di aver comunque ceduto.

Esiste tutto un market dell’estorsione: le somme riscosse possono servire al pagamento delle spese legali per gli affiliati, ad aiutare le famiglie dei detenuti in carcere, a finanziare eventi sportivi, feste e addirittura manifestazioni religiose.

La DIA lo definisce un “perverso assistenzialismo”, cioè un altro fronte di dipendenza i cui beneficiari godono di fatto di un reddito.

Tutto questo – purtroppo – crea consensi e fortifica l’influenza mafiosa, conclude la Direzione Investigativa Antimafia. Sì, perché l’estorsione non costituisce soltanto un mero profitto e canale di approvvigionamento dei propri affiliati, ma rappresenta soprattutto uno dei banchi di prova per misurare la supremazia del clan su un determinato territorio, testare la fedeltà di esattori e cassieri, valutare l’efficienza delle nuove leve tratte spesso dai ranghi della micro-criminalità, il recapito delle richieste di denaro, l’esecuzione di rappresaglie.

Esiste un filo diretto tra la pratica estorsiva e l’opportunità di riciclare ingenti quantità di denaro. Secondo la DIA è questo aspetto ad aver determinato la fortuna di queste attività nelle strategie mafiose, soprattutto in un contesto in cui le organizzazioni mafiose diventano imprenditrici e assumono il controllo di interi assetti societari.

C’è infine il caso del soggetto che paga il “pizzo” ma non sempre è da considerare vittima. Anzi, mette nero su bianco la Direzione Investigativa Antimafia, i processi hanno dimostrato la tendenza della vittima a ricercare il proprio carnefice per avvalersi di coperture utili per entrare e/o permanere nel giro degli affari. Per alcuni il pizzo può diventare un costo d’impresa, un investimento cui corrispondono significative economie e velocizzazioni delle proprie attività.”

Ecco allora che mediante il pagamento del pizzo si ottiene il supporto delle organizzazioni criminali per sbaragliare la concorrenza sul mercato. In alcuni casi, viene ricordato nella Relazione, a fronte di un’arbitraria riduzione degli emolumenti, nessuno si è rivolto alle organizzazioni di categoria o alle autorità dello Stato.

Occorre però fare attenzione nella lettura del dato numerico delle estorsioni, proprio per la profonda differenza tra le estorsioni denunciate (cioè il dato che si può conoscere) e le reali dimensioni del fenomeno.

Andando a leggere i dati raccolti, ci si accorge immediatamente come il numero delle estorsioni nel primo semestre 2014, rispetto ai sei mesi precedenti, sia crollato in tutte le regioni, con la sola eccezione dell’Abruzzo. Calano anche gli imprenditori, i liberi professionisti e i commercianti, mentre aumentato seppur di poco, i privati cittadini (2412, contro i 2392 del 2013).

Patrick Wild