Da Thomas Mann a Charles Darwin, tali i nobili ispiratori di Evolushow, il nuovo spettacolo con cui Enrico Brignano sta girando i teatri italiani con una lunga sosta di un mese, dal 27 gennaio, al Sistina di Roma. E con il quale racconta il viaggio dell’evoluzione umana con le sue infinite contraddizioni fino ad oggi, quando tutto è virtuale, tra selfie e whatsapp. Leggerezza e ironia le parole d’ordine per volare sulle ali della commedia, bandite politica, economia e sanità. Ma se si lascia un po’ andare, ti parla pure di Razzi e La Russa.

Tanto per cominciare, è proprio vero che ci siamo evoluti?
Ma no, noi crediamo di esserlo e di essere la specie più ingegnosa, ma in effetti la sola differenza tra noi e gli animali è la parola visto che l’uomo e la donna parlano, la donna molto di più. Certo, siamo capaci di cose straordinarie, basta guardare le opere d’arte, poi però guardati pure un telegiornale e fatti un’idea. La comunicazione è importante, ma se passiamo tutto il tempo su Internet non accendiamo più il caminetto e non vediamo più un panorama. E poi tutta questa evoluzione tecnologica ci serve veramente? Qual è lo scopo della nostra vita? Se ci ponessimo queste domande avremmo più cura dei deboli, degli animali e pure di noi stessi.

La medicina però ha fatto passi da gigante…
E’ vero che dalle pozioni magiche, gli impacchi e gli infusi siamo passati alle trasfusioni di sangue e ai trapianti di organi e infatti l’età media di oggi è salita dai 65 agli 85 anni, quindi viviamo vent’anni di più, ma come? Pagando tasse, bollette e il canone fino all’ultimo e creando posti di lavoro bruttissimi dove chiuderci per dieci ore al giorno litigando con i sindacati e con i datori di lavoro, un’agonia. Stanno meglio gli animali che mangiano quando vogliono e la fanno dove vogliono senza neanche preoccuparsi se è lenta o meno.

Come definirebbe il suo spettacolo?
Una riflessione con il pubblico coinvolto in una confusione tra immagini e parole. A proposito di tecnologia, sul palco c’è un ledwall convesso che ne raccoglie lo sguardo e su tutto questo si ragiona e si sragiona tra il sacro e il profano e tra il serio e soprattutto il faceto perché è pur sempre uno spettacolo teatrale e fa ridere, anche se fa sicuramente più ridere un dibattito politico.

Qui però di politica neanche l’ombra
Assolutamente no, non voglio dare ai politici un ulteriore palcoscenico, entrano già nelle nostre vite molto di più di quanto valgono. Fare satira è bello quando c’è un interlocutore giusto, allora fai satira contro la politica perché speri che qualcosa cambi, ma la politica non cambia perché loro non ascoltano la satira, privi come sono di ironia e autoironia. Se i politici frequentassero gente comune sarebbero più belli, più alti, più buoni e meno corrotti, invece si frequentano tra di loro e si inquinano vivendo alla mercé dei loro milioni di Euro presi anche clandestinamente o senza motivo: ad esempio perché Antonio Razzi deve guadagnare ventimila euro e perché Ignazio La Russa deve avere la scorta? Ma non ne voglio parlare, non sono né un politico né un predicatore, faccio solo spettacoli divertenti anche se ogni tanto mi sfogo, un po’ come la serpe, mordo e ritiro i denti.

A proposito di satira, cosa pensa di quanto accaduto a Charlie Hebdo?
Lo scopo della satira è quello di far ridere, altrimenti non serve a niente e non basta a dimostrare di essere liberi. Se io sono un comico, come tale devo far ridere. Noi abbiamo dei vignettisti straordinari e avevamo Ennio Flaiano che andava al di là della satira, straordinariamente coinvolgente ad ogni livello sociale, ma credo che nessuno abbia mai pensato di farlo esplodere con un’autovettura. Ci sono alcuni che fanno ridere, pochi, e ci sono quelli che offendono gli altri. Charlie Hebdo non è che vendesse tantissimo e ci sarà un motivo, vuol dire che alla gente già da prima non piaceva il suo modo di esagerare. Con questo non sto assolutamente dicendo che sia giusto quello che hanno fatto, ma bisogna darsi una regolata, riflettere un po’ di più, la satira non è sempre istintiva.

Ma se si pongono dei limiti, la satira muore.
Io non dico che debba esserci un limite, ma darsi una regolata sì e tutti noi ce la dobbiamo dare. Perché va bene che Voltaire diceva “io non condivido la tua idea ma morirò perché tu la possa esprimere”, però io non muoio per un’idea di Razzi, non muoio per un’idea di La Russa, mi dovrebbero proprio ammazzare. Io ti contrasto finché posso cercando di non andare in galera, ma se supero quei limiti è giusto che qualcuno me lo dica.

Strano allora che tra gli autori del suo spettacolo ci siano anche Marco Fratini e Pietro Sparacino, due stand up comedians del gruppo Satiriasi che certo morbidi non sono, com’è successo?
Ci siamo conosciuti, annusati e li ho presi in prestito perché a parte un certo tipo di linguaggio, usano dei contenuti importanti. Così a dispetto di un teatro come il Sistina che di più ingessato non ce n’è, mi è piaciuto attingere da un luogo ai margini della comicità come Satiriasi. Loro hanno capito di non doversi lasciare andare a terminologie indicibili e io mi sono lasciato coinvolgere dal loro andare un po’ in profondità e da questo connubio è nato uno dei pezzi più belli dello spettacolo che è quello della lettera al giovane.

Al quale dà delle risposte?
La mia risposta è tra le righe e anche se non voglio dare giudizi, il giudizio vero è cercare di riflettere un po’ di più. Noi non siamo stati messi al mondo per fare la guerra, non serve a nessuno, e se ad esempio l’Isis e tutti questi che la fanno avessero un po’ più di autoironia e si guardassero con altri occhi, saperebbero che non è quello il modo. Ma anche noi occidentali se non riusciamo a risolvere il problema a monte, che è quello di sistemare Israele dandogli dei confini che siano quelli e che non vadano a sconfinare, ed eliminare la fame nel mondo, non andiamo da nessuna parte. Il Papa ha detto una frase rivoluzionaria che è “non fate figli come conigli” e ci fa riflettere.