ivan talarico ogni giorno di felicitàNiente da fare, anche il nostro tempo produce poesie. Non son bastate due guerre mondiali, il nichilismo, gli Anni 80 e il consumismo a convincere la gente dell’inutilità della poesia, vecchio giocattolo rimasto in eredità dal passato, inutile, ingombrante ai giorni nostri. Si può vivere benissimo senza, lasciando le parole nei libri e seguendo il ritmo delle nostre giornate, stancanti e distratte.

Eppure, in un’epoca in cui è risorto il concetto di bellezza, anche se dato in pasto al qualunquismo, la poesia è più che mai necessaria. Nella vita, più che nei libri. Diventa uno sguardo, un modo di vivere. E un libro di poesie dovrebbe trascrivere la vita in parole, la poesia scritta dovrebbe essere una conseguenza dei giorni, delle scelte, dei sentimenti. Non essere immaginazione, ma descriverla. Ovvio, non si può generalizzare, c’è ancora chi scrive poesie per vanagloria, baciando le rime per sentirsi meno solo.

E poi “C’è chi trascrive / sui fogli / – quasi come malattia, / quasi come disarmo, / quasi come disagio, / quasi come ricerca, / quasi come un mantra, / quasi come la sera d’inverno da soli / che mette malinconia, / quasi come il passato / che ritorna senza ritegno a rovinare il presente, / quasi come le parole su cui non si può dormire, / quasi come la vita / che non si può trascrivere / quasi come l’assoluto / che in un bicchiere non ci sta / e se poi lo bevi subito / ti rimane ancora sete – / le poesie”. Con queste righe (“Un po’ e sia”) dichiara i suoi intenti Ivan Talarico, autore di Ogni giorno di felicità è una poesia che muore, un libro pubblicato per Gorilla Sapiens Edizioni.

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L’autore nella vita fa teatro, musica e “sbarca un lunario che ha il sapore d’eclissi”; soprattutto “la morte apparente ne ha agevolato l’impalpabile successo”, scrive in coda alla breve biografia. Riportando tutto su un piano ironico, che poi è il filo che lega tutte le poesie della raccolta. Uno sguardo sul mondo e sui sentimenti, che non si convince fino in fondo del dramma, che cerca altre possibili realtà da esplorare.

La poesia è un’arma deleteria per chi non vuole ammettere che la sintesi allontana più velocemente dalla menzogna”, scrive nella prefazione Antonio Rezza. Dichiarando che per sua forma si avvicina al silenzio e alla verità. “Il romanticismo è scaduto, la delicatezza è sconfitta perché i tempi non aspettano. I fiori sono sorpassati e foraggiano la tenerezza. Non è questo il momento”. La poesia è quindi lotta armata contro l’assopimento, contro il falso, contro lo stesso romanticismo; guerra di parole svenute, appoggiate su fogli bianchi. Una scrittura che è di oggi, ma rifiuta la corsa, poco si concede ai vezzi naïf: descrive, giocando con le parole, mondi a volte reali, a volte invivibili, altre invisibili. Affonda nella carne cercando di fuggire alle promesse dello spirito, troppo spesso evaporato. Racconta la vita (vera? Immaginata? Comunque densa e magnetica) senza pudori.

Non c’era veramente bisogno di un libro di poesie del genere. Ma non si vive di solo bisogno, alle volte bisogna cercare il piacere. E leggere questo libro è un piacere irrinunciabile.

 

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