Una perquisizione nella villa adiacente a quella dove si nascondeva Nitto Santapaola (nella foto) e un inseguimento con annessa sparatoria contro un giovane scambiato per Pietro Aglieri: il 6 aprile del 1993 è una giornata nera per i carabinieri guidati dal capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio. Un pomeriggio di fuoco, ricostruito minuto per minuto davanti ai giudici della corte d’appello di Palermo, che stanno processando gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu per il mancato arresto di Bernardo Provenzano, a Mezzojuso il 31 ottobre del 1995. Dopo l’assoluzione in primo grado dall’accusa di aver favorito Cosa Nostra, il procuratore generale Roberto Scarpinato ha chiesto di riaprire l’istruttoria dibattimentale in appello. E nel secondo grado di giudizio, è entrata anche la documentazione sul fallito blitz di Ultimo a Barcellona Pozzo di Gotto. Tra il marzo e l’aprile del 1993, il capo dei capi di Cosa Nostra catanese Nitto Santapaola si nascondeva nella zona di Terme Vigliatore: la sua presenza è certificata da alcune intercettazioni telefoniche realizzate dallo stesso Ros dei carabinieri a partire dal 15 marzo del 1993, quando le cimici registrano la voce dello “zio Filippo” (così si fa chiamare il boss etneo) negli uffici di Domenico Orifici, cugino del boss di Barcellona Pozzo di Gotto Sem di Salvo, praticamente adiacenti alla villa degli Imbesi. È per questo motivo che, per la procura, l’irruzione spettacolare in un’abitazione a pochi metri dal rifugio del boss, ebbe come effetto la fuga del padrino latitante: dopo il mancato arresto di Provenzano, ci sarebbe dunque un altro blitz fallito nella storia di Cosa Nostra.

Per ricostruirlo, l’accusa ha chiamato a testimoniare Mario Imbesi, imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, vittima dell’irruzione in casa sua il 6 aprile del 1993. “C’erano quattro persone- ha detto il teste davanti alla corte presieduta da Salvatore Di Vitale – pensai fosse un’aggressione malavitosa, perché in precedenza il pm Olindo Canali (all’epoca procuratore di Barcellona) mi aveva avvisato che la mafia barcellonese aveva deciso di ammazzare me o qualcuno della mia famiglia. Dopo averci bloccato, fecero un giro di ricognizione della casa. E ricordo che uno alto con la barba che mi disse: Anche noi possiamo sbagliare”. E mentre quei carabinieri in borghese fanno irruzione a casa Imbesi, alcune automobili si lanciano all’inseguimento dell’automobile del figlio dell’imprenditore, l’allora diciannovenne Fortunato. “Mi stavo dirigendo verso Barcellona Pozzo di Gotto – ha detto Fortunato Imbesi – e ad un certo punto rallento, vedendo delle vetture che sopraggiungevano ad alta velocità: una di queste aveva lo sportello aperto dal quale sporgeva una pistola. Io pensavo che fossero dei malviventi e volevo raggiungere la caserma dei carabinieri, ma dopo pochi metri cominciai a sentire gli spari”.

Quelle cinque automobili, però, non trasportavano malintenzionati, ma carabinieri del reparto operativo guidati dal Capitano Ultimo, che appena quattro mesi prima aveva arrestato Totò Riina. “La mia auto – continua Fortunato Imbesi – venne colpita già sulla statale. Ad un certo punto dallo specchietto vedo scendere un uomo sulla marciapiede e fa partire un colpo che raggiunge il parabrezza. Io mi butto dall’auto e finisco sui rovi. Dopo un po’ arrivarono le macchine della Polizia di Stato. A quel punto quelli che mi inseguivano dissero: fermi fermi, colleghi, siamo carabinieri”. De Caprio, interrogato già in passato sulla vicenda, spiegherà che quel giorno era di ritorno da Messina, dove si trovava per una riunione, insieme al capitano Giuseppe De Donno, il braccio destro del generale Mori, all’epoca comandante del Ros, oggi imputato con lui nel processo sulla trattativa Stato-mafia. “Sulla via del ritorno – racconta Ultimo– percorrendo la litoranea Messina-Palermo, in un tratto di strada ricadente nel comune di Terme Vigliatore, uno dei militari che era con me ritenne di individuare, in un soggetto a bordo di un fuoristrada nero, il latitante Aglieri”. “Vorrei far notare alla corte che non c’è alcuna somiglianza tra Fortunato Imbesi, all’epoca diciannovenne, e Aglieri, che aveva invece 33 anni e un aspetto molto diverso” ha detto il sostituto pg Luigi Patronaggio mostrando una vecchia foto del testimone. Ultimo ha raccontato di aver ordinato l’inseguimento dopo che l’auto d’Imbesi non si era fermata alla stop.

Una versione completamente smentita dalla deposizione odierna. “Non mi mostrarono né paletta, né distintivo – dice oggi Imbesi – e quando andai in caserma quelli del Ros cercavano di convincermi che mi era stato mostrato distintivo e paletta, ma non è stato così: io non avevo motivi per non fermarmi”. Gli Imbesi non sono mai stati chiamati a testimoniare su quel pomeriggio di fuoco, e l’automobile coinvolta nella sparatoria non fu mai sottoposta ad alcuna perizia balistica. “Nella relazione di servizio di De Caprio c’è scritto che partirono solo due colpi ma, sulla macchina ce ne erano almeno cinque e poi tanti altri erano stati sparati” ha ricordato Mario Imbesi. Il nome dell’imprenditore di Barcellona è citato anche in un altro caso mai risolto a cavallo tra Stato e mafia: quello dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, assassinato l’8 gennaio del 1993. Imbesi è infatti un collezionista di armi: possiede due colt 22, lo stesso tipo di pistola utilizzata per assassinare il giornalista. Una di quelle pistole viene sequestrarla dal pm Canali venti giorni dopo l’omicidio Alfano e restituita a Imbesi il 5 febbraio del 1993. Nel 2001 una perizia balistica attesterà che quell’arma non c’entra niente con l’assassinio del giornalista. Imbesi però possedeva anche un’altra colt 22, ceduta nel 1979 all’imprenditore milanese Franco Carlo Mariani, arrestato nel 1984 in un’indagine sulle bische clandestine lombarde. Insieme a Mariani viene arrestato anche Rosario Pio Cattafi, considerato dai pm il boss di Barcellona uomo cerniera tra Cosa Nostra, massoneria e pezzi dei servizi, condannato in primo grado a dodici anni per associazione mafiosa, oggi testimone al processo Trattativa. Solo che di quella colt 22 venduta da Imbesi a Mariani, che potrebbe essere l’arma del delitto Alfano, non si avranno più notizie: l’imprenditore milanese dirà di averla smarrita.