So che dovrei dire Cuba. Raccontare Cuba, fino a quando sono in tempo: sospesa tra i due mondi. Ma in realtà ho un solo proposito, per l’anno che viene. Forse dovrei dire Raqqa, Mosul. La Libia. Ma per il 2015, vorrei solo scrivere come questa foto qui.

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E’ di Francesco Zizola, è il peschereccio carico di eritrei affondato a poche miglia da Lampedusa il 3 ottobre di due anni fa. O meglio: quello che ne rimane. 366 morti. 20 dispersi. E vorrei scrivere come questa foto qui, nella mia vita, perché quello dei migranti è un tema con cui si sono misurati in tanti, ormai, e soprattutto a Lampedusa: da mille angolazioni diverse. Fotografi, scrittori. Cineasti. Ti sembra sia stato tutto già visto, tutto già detto. E invece il mondo è questione di sguardo, non esiste niente che sia già stato raccontato: in questo giornalismo massificato in cui all’improvviso ci ritroviamo tutti nello stesso luogo, senza neppure sapere bene perché, e soprattutto, spesso, senza sapere niente del paese in cui siamo finiti: solo perché è in prima pagina, solo perché quella, ti dicono, è la storia del momento: perché è più facile: e c’è gente, in Ucraina, che ha sbagliato aeroporto ed è sbarcata in Moldavia – in questo giornalismo in cui la maggioranza di noi insegue le notizie, invece che trovarle, uno come Francesco Zizola è lì a ricordarci che la miniera è sempre dove si è. Basta scavare.

Notizia, in latino, è sinonimo di conoscenza. Non di novità. E quando in redazione ti obiettano: è già stato raccontato – non esistono notizie nuove o vecchie. Solo rilevanti o irrilevanti.

Francesco è uno che segue la sua storia. E nient’altro. Antonio Cassese, con cui ho studiato diritto internazionale, mi ripeteva sempre: il problema è quando hai mille strade intorno, e nessuna dentro. Ecco: Francesco è uno che ha lavorato 15 anni per raccontare i bambini nel mondo, dal Giappone all’Angola, da quelli sfigurati dalle mine a quelli sfigurati dalla ricchezza – 15 anni, oggi che un reportage dura 15 ore, e dopo 15 giorni ti dicono: ho raccontato l’Iraq. E ha questo sguardo, soprattutto, di una delicatezza infinita. Il peschereccio che si dissolve nel blu, che sfuma via, come un’allucinazione. O quella tenda rossa, quella finestra, come fosse una casa qualsiasi, affacciata su un orizzonte qualsiasi: e però, incongruenti, due pesci. E l’omino con la torcia, piccolo, il sub che esplora questo oggetto ignoto, quella luce – perché si occupano di migranti in tanti: in tanti raccontano la povertà, il sudore la stanchezza: la fuga: l’attesa: spesso la morte: ma quello che mi fa fermare, davanti a queste foto, le guardo, e le riguardo, da settimane, e ancora, per un minuto, mi fermo, è che raccontano l’assenza. Perché è questo, in realtà, che i migranti sono per noi. Invisibili. Oggi che si privilegiano le immagini, le storie urlate, l’azione, in questi tempi di alta risoluzione e bassa informazione – eccoli, i migranti. Non ci sono.

Francesco va controtempo e contromano.

E il suo sguardo è lo sguardo che più amo: lo sguardo che ti trascina dentro la storia. Che ti fa capire quanto quella storia sia anche tua. Perché ogni volta che mi tufferò in mare, ora, non potrò non sentire sotto di me questi jeans incagliati nel fondale, come scheletri, come fossili, questo risvolto delle nostre vite, questo contrappasso, il sopra e il sotto, ma parte di un unico spazio – queste nostre vite basate sulle risorse altrui. Questa libertà dei pochi, a prezzo dello sfruttamento dei molti. E’ il giornalismo che non ti descrive: ti accompagna. Che ti fa capire che tu sei quello che guarda, sì: ma questo non significa che sei solo uno spettatore.

E’ l’unica cosa che vorrei. Nelle guerre che vedrò, nei prossimi mesi, nel sangue che vedrò spazzare via al mattino, insieme alla polvere del giorno prima, nei pezzi di mano che mi capiterà di raccogliere da terra come fossero un guanto smarrito, mantenere quella delicatezza di sguardo, quella capacità di sentire che Francesco non ha mai perso, nei trent’anni di ferocia che ha attraversato. E’ l’unica cosa che spero. Tra trent’anni, poter dire di essere stata cittadina del mondo non perché ho viaggiato tanto, ma perché ho vissuto le vite degli altri come fossero la mia.

[Un paio di pantaloni appoggiati sul fondo del mare vicino al luogo del naufragio del peschereccio lungo 66 piedi che affondò davanti alla costa dell’isola italiana di Lampedusa a una profondità di 164 piedi dal fondo, il 22 settembre 2014. La tragedia avvenuta un anno prima uccise 366 migranti dal Nord Africa. Foto credit: Francesco Zizola. Qui il reportage completo e l’intervista a Francesco] English version