E’ una delle mostre must del 2014 e se non l’avete ancora vista e siete nei paraggi di Bologna “The Factory Photographs” di David Lynch vale di certo una visita. Gratuita, l’esposizione rimarrà aperta al pubblico fino a domani sera al Mast di Bologna, nella prima periferia del centro in via Speranza 42.

02_PressImage l David Lynch, Untitled (England), late 1980sEsposti 124 scatti, rigorosamente in bianco e nero, che il regista a noi caro per ‘Eraserhead’, ‘The Elephant Man’, ‘Velluto Blu’, ‘Mulholland Drive’ e per la serie tv di ‘Twin Peaks‘ (di cui è atteso a breve un ritorno sul piccolo schermo) abbandona la macchina da presa per indossare i panni del fotografo. In mano un’altra macchina, quella fotografica, per raccontare edifici e fabbriche abbandonate. Scatti suggestivi i suoi visto che Lynch non abbandona mai il suo punto di vista da regista.

Ecco che allora quei luoghi abbandonati, bui, tetri e malinconici, riprendono vita e si raccontano con un romanticismo decadente. 124 scatti dal sapore puramente cinematografico che Lynch ha raccolto in un arco di tempo di oltre trent’anni, tra il 1980 e il 2000, scattando nelle fabbriche di Berlino e delle aree limitrofe, in Polonia, Inghilterra, a New York City, nel New Jersey e a Los Angeles e che ora raccontano ciò che sono e ciò che erano prima dell’abbandono.

Perché del resto lo sappiamo: è un “raconteur” Lynch, come ricorda anche la curatrice della mostra Petra Giloy-Hirtz, un racconta-storie sempre in bilico tra realtà e sogno. E la forza di questa mostra, che alterna scatti di grandi dimensioni a immagini più ridotte (alcune completamente inedite), è la capacità di Lynch di farci assorbire tutta la storia e il vissuto di quelle fabbriche e di quelle case, cattedrali nel deserto; di farci riflettere e pensare, di farci venir voglia di immaginare il mondo fuori e dentro, prima e durante, di quella struttura fotografata; di farci guardare fuori da una delle tante finestre frantumate che ha immortalato e farci pensare cosa l’uomo ha lasciato.

Perché alla fine questa mostra non è solo una ricerca romantica tra luoghi dismessi e abbandonati ma un modo per farci percepire l’azione umana e la storia – la nostra storia – usando gli scatti e le emozioni che esse suscitano. E allora i telefoni appesi ai muri – forse lì dagli anni Ottanta- le macchine da lavoro rotte (ricordo di un’epoca economica fiorente), gli intonaci fatiscenti che hanno ospitato centinaia di operai, quelle imposte rotte che hanno illuminato a lungo i tavoli da loro… correlati col lavoro dell’uomo assumono il proprio significato e diventano documenti di storia contemporanea. Una ricerca della memoria, scatti che consegnano – a chi li guarda e li vuole capire- un’eredità che nessuno più vuole e sulla soglia della sua definitiva scomparsa.