Quando la domenica 17 agosto 1969 sale sul palco, davanti a cinquecentomila persone, arrivate un po’ per caso, si celebra definitivamente il festival che entrerà nella storia della musica: Woodstock.

Joe Cocker, morto ieri all’età di 70 anni, quel giorno, alle due del pomeriggio, è poco più che un ragazzo di sicuro avvenire. Sceglie, nell’ora e mezzo che canterà, di chiudere con due pezzi capolavoro, li stravolge, li fa suoi, muovendosi in maniera frastornata, singolare, il mento alto e le dita aperte, un equilibrio che appare sempre precario, un ritmo che è solo suo, non si capisce se esista: è aspro nel muoversi, sconclusionato, ma unico.

E unici sono i due pezzi che canta: I Shall be Realased, firmata Bob Dylan, una delle canzoni più belle della storia del rock, e With Little Help from My Friends. Con la voce che gronda un blues e soul, in un’evoluzione vocale che a ogni nota è una sorpresa, quel festival, nato per caso, cresciuto coi giorni, diventato il simbolo di una generazione di qua e di là dall’Oceano, diventerà semplicemente Woodstock. Lo chiuse Jimi Hendrix, alle nove del mattino di lunedì, quando la gente stava già tornando verso casa, fatta e strafatta, bevuta e sognante, ma loro due, Cocker in apertura e Hendrix che sale sul palco poco dopo l’alba, segnano davvero un trapasso che non avrà né precedenti né tantomeno figliastri.

È morto, Joe Cocker, per un carcinoma polmonare, dopo aver attraversato varie storie di interprete e autore. Senza mai sbagliare: non cantava cose degli altri, le faceva per la sua voce. Una voce che sembrava salita da chissà quale miniera della Gran Bretagna, dove era cresciuto e diventato ragazzo. Quando iniziava a cantare lui e la musica diventavano una cosa sola. Non c’era pubblico. Non c’erano vezzi da star. Ma sapeva essere un uomo spiritoso.

La memoria corre immediatamente a un’apparizione al Saturday Night Live Show. Era da tempo che John Belushi gli faceva un’imitazione irresistibile. I cavalli di battaglia del giovane Belushi, ancora senza Dan Aykyroyd, erano Marlon Brando nel ruolo di un improbabile padrino, e quella di Joe Cocker. Belushi lo esagera, lo fa alcolizzato sull’orlo di una cirrosi, accentua ancora di più il ballo fuori tempo, e sul finale lo fa cadere in terra mentre cerca di centrarsi la bocca con una lattina di birra.

Cocker, una sera, registra con Belushi accanto. Sono vestiti uguali e si fatica a capire chi dei due riesce a essere meglio Joe Cocker. Una clip, ancora rintracciabile nei meandri di YouTube, che ha segnato un’altra epoca, non era più Woodstock, ma il rock fremeva e vibrava ancora. I Beatles si erano sciolti, Hendrix morto, Dylan in preda a crisi mistiche e musicali, ma si affacciavano sulla scena nuove rockstar, almeno fino all’epoca punk, i Clash e dintorni, tanto per intenderci.

Ma lui, Joe Cocker, era presenza rassicurante per tutti. Poteva permettersi di interpretare qualsiasi cosa, in qualsiasi modo. Nonostante gli anni bui, come tutti quelli della sua generazione, in quell’ambiente, hanno attraversato, tra crisi di creatività, droga, alcool. Non manca un arresto, possesso di marijuana, ma neanche la depressione che lo tiene lontano un pezzo dalle prime scene.

Geniale l’intuizione, ma qui siamo agli anni più recenti, di comporre le musiche di due film che diventeranno un successo, al botteghino soprattutto: il primo nel 1982 è Ufficiale e Gentiluomo, canta lui il brano finale quando Richard Gere entra in fabbrica vestito da cadetto e porta via Debra Winger. Il brano è Up Where We Belong e come fu per Woodstock la sua voce diventa indispensabile, ingrediente che fa il film. Ancora pochi anni, quattro per la precisione, e canta sullo spogliarello di Kim Basinger, in Nove settimane e mezzo, You can Leave your Hat on.

La crisi creativa torna a farsi sentire, e negli ultimi anni si chiude nel ranch in Colorado che aveva acquistato, a Crawford. Lontanissimo dall’Inghilterra e dalla Sheffield dove era nato, nel 1944. Lascia un vuoto che non sarà colmabile perché, come ha detto ieri via Twitter Eric Clapton, che era suo grande amico e protagonista tra le tante altre cose, dell’Arms concerto, New York, anno 1983. Unico come la voce che ha portato in giro per quasi mezzo secolo.