A sette anni dall’omicidio di Chiara Poggi, è arrivato il giorno della sentenza che verrà emessa tra qualche ora dai giudici del processo di appello-bis di Milano. L’unico a sedere sul banco degli imputati è Alberto Stasi, l’allora fidanzato della 26enne, già assolto in due gradi di giudizio. Due sentenze, però, poi annullate dalla Cassazione che ha chiesto un nuovo processo per dissipare i dubbi che il procuratore generale Laura Barbaini ritiene di aver dissolto con nuove indagini e l’acquisizione di nuove prove. Grazie alle quali – secondo l’accusa e l’avvocato della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni – emerge una certezza: è stato Alberto a massacrare Chiara il 13 agosto del 2007 nella villetta dei Poggi di Garlasco. Per questo il pg Barbaini chiede di condannare  l’ex bocconiano a 30 anni per omicidio aggravato dalla crudeltà.

Ma mettiamo in fila i nuovi elementi raccolti a carico di Alberto. Il 31enne ha sempre dichiarato di essere arrivato a casa della famiglia Poggi, di aver trovato il cadavere della fidanzata e di essere uscito per dare l’allarme. Non può essere lui l’assassino – si difende – “dalle 9.36 alle 12.20 ero al computer a lavorare sulla tesi di laurea”. L’alibi regge nei primi due gradi. Ma secondo l’accusa, la mattina del 13 agosto è andata in scena un’altra storia. Stasi – è convinto il pg – uccide Chiara. Poi telefona ai carabinieri per dare l’allarme. Sale in macchina e raggiunge la caserma. Racconta di aver trovato il corpo lungo le scale che portano alla cantina. E qui arriva il primo punto che – secondo l’accusa – getta dubbi sul suo racconto. Il pianterreno della villetta di via Pascoli è coperto dal sangue, ma Alberto riesce a non sporcarsi le scarpe.

Alberto Stati è stato assolto in primo e secondo grado dall’accusa di omicidio. Poi la Cassazione ha annullato il verdetto

Una nuova perizia sulla “camminata” (che simula gli spostamenti compiuti dallo studente quella mattina) chiesta dai giudici, ed estesa ai primi due gradini che portano al seminterrato, dimostra che Stasi aveva una possibilità su un milione di non calpestare una delle tante macchie di sangue della fidanzata. Conclusione: era praticamente impossibile camminare per casa senza sporcarsi le suole. Inoltre, un altro esame scientifico disposto dai giudici, ha dimostrato che sui tappetini dell’auto con cui Alberto si è precipitato dai carabinieri dovevano rimanere tracce di sangue. La simulazione della “camminata” e il test del luminol lo confermano. Ma la difesa di Stasi ha sempre sostenuto che la suola idrorepellente delle Lacoste, numero 42, fosse in grado di rilasciare, nelle ore seguenti, il materiale lambito sul pavimento.

La perizia sulla camminata: “Era quasi impossibile camminare per casa senza sporcarsi le suole”

L’altro elemento su cui la Procura punta per provare la colpevolezza di Alberto è rappresentato dalle biciclette nella disponibilità della famiglia Stasi. La mattina dell’omicidio la testimone Franca Bermani, vicina di casa dei Poggi, ne vede una nera da donna appoggiata al muretto della villetta. Gli Stasi ne hanno una simile che all’epoca non viene sequestrata perché non ha il portapacchi visto dalla teste. Una svista dell’ex maresciallo dei carabinieri Francesco Marchetto che oggi – sottolinea il legale di parte civile Tizzoni – “è a processo per falsa testimonianza“. Viene invece prelevata un’altra bici di colore bordeaux degli Stasi. Sui cui pedali vengono trovate tracce di Dna di Chiara. Nei mesi scorsi la parte civile ha sostenuto che ci fu un “cambio di pedali” tra le due bici nella disponibilità di Alberto, per questo, anche se fosse stata sequestrata la bici nera, non si sarebbero trovate tracce. Ne è convinta l’accusa e ne è convinto l’avvocato di parte civile Tizzoni.

Ma dal nuovo processo è spuntata anche la testimonianza di due carabinieri che parlano di due piccoli graffi visti sull’avambraccio di Alberto il giorno del delitto. Graffi, però, non fotografati e smentiti, a dire della difesa, da un soccorritore che avvicina Alberto davanti a via Pascoli la mattina del 13 agosto. E una foto mostra che sul pigiama rosa di Chiara ci sono quattro impronte di una mano dell’assassino: scattata la foto, però, quando viene spostato il corpo la maglietta viene intrisa di sangue e le tracce lasciate dalle dita svaniscono.

Il mistero dei pedali scambiati. La parte civile ritiene che è per questo che non furono trovate tracce di Dna sulla bici nera

Ma quella immagine svela che l’assassino si è sporcato e qui arriva un altro punto che – secondo l’accusa – proverebbe la colpevolezza di Stasi, su cui la Procura generale e l’avvocato di parte civile convergono. È quello rappresentato dall’impronta dell’anulare destro dell’ex bocconiano lasciata sul dispenser del sapone liquido nel bagno della casa dei Poggi. Per la difesa, Stasi che frequentava abitualmente l’abitazione della fidanzata avrebbe potuto lasciarla in ogni momento. Ma per Barbaini e Tizzoni è stato l’assassino a lasciarla, dopo essersi lavato le mani dal sangue di Chiara.