Le note curriculari inserite nella scheda personale della Camera dei deputati lo definiscono “esperto in politiche agricole e gestione di imprese”. Ma, ironia della sorte, è proprio il suo trascorso al vertice di un’impresa che si occupa, guarda caso, di agricoltura a creare ora qualche fastidio ad Ernesto Carbone. Asceso alle cronache per aver prestato la sua Smart all’allora futuro premier Matteo Renzi, l’onorevole avvocato, renziano della prima ora, componente della segreteria del Pd con delega alla pubblica amministrazione, innovazione e made in Italy, gettonatissimo ospite dei salotti televisivi, dovrà comparire davanti al giudice del tribunale civile di Roma (sezione specializzata in materia di impresa) per l’azione di responsabilità intentata contro di lui dal Sin Spa, il Sistema informativo nazionale per lo sviluppo dell’agricoltura, sul quale transitano i 6-7 miliardi di finanziamenti europei per le imprese agricole.

“Spese fuori controllo”
Alla base della citazione promossa nei confronti del deputato del Pd dalla stessa società a capitale misto pubblico-privato (controllata dall’Agea, l’Agenzia pubblica per le erogazioni in agricoltura), che Carbone ha guidato tra l’aprile 2012 e lo stesso mese del 2013 come presidente e amministratore delegato, ci sono le presunte “irregolarità riscontrate dal Collegio sindacale per spese non riconducibili a fini aziendali” effettuate con la carta di credito del Sin. Strisciate per un totale di 23.335,73 euro, quasi la metà (10.732,75) per saldare i conti del ristorante, oltre a viaggi e trasferte (altri 2.964,44), alberghi (1.142,05), noleggio auto con conducente (1.452,29), voli aerei per Londra e la Croazia (4.563,20) e acquisto di biglietti del treno (2.481). Rilievi già oggetto di una lettera di contestazione del 14 febbraio scorso nella quale il cda del Sin spiegava che “per talune di queste spese (ristoranti) le giustificazioni” fornite da Carbone “non consentono di qualificarle come spese di rappresentanza”. Quanto a quelle per il trasferimento dal luogo di residenza a quello di lavoro, “non essendo mai stata assunta dal Cda alcuna delibera in merito”, non possono “essere poste a carico della società”. Poi ci sono i “voli aerei effettuati nei weekend estivi dal giugno ad agosto 2012 verso e dalla Croazia” e quelli “verso e da Londra” tra l’ottobre e il novembre dello stesso anno. Viaggi “difficilmente riconducibili agli scopi sociali”. Premessa che rimanda all’invito “a provvedere con cortese sollecitudine al rimborso a favore” del Sin delle somme contestate.

Il collegio dei revisori: “Conti al ristorante non qualificabili come spese di rappresentanza e viaggi non riconducibili agli scopi sociali”

Lo scontro Carbone-collegio revisori
Addebiti ai quali, come ricostruisce l’atto di citazione, Carbone risponde con una nota dell’8 aprile 2013. Dopo averla esaminata, il successivo 11 giugno (quando l’ormai neo-onorevole del Pd aveva già cessato l’incarico al Sin), il Collegio sindacale informa i nuovi vertici aziendali che “la rilevata assenza di giustificativi inerenti le spese” contestate sarebbe, secondo Carbone, “conseguente alla superficialità con la quale il Collegio avrebbe esaminato la relativa documentazione” dal momento che sul retro delle ricevute avrebbe annotato “espressa indicazione del relativo titolo di spesa”. Ma il collegio ribadisce “di aver esaminato tutti gli originali delle fatture” i quali “non riportavano alcuna indicazione del relativo titolo”. Di certo, le giustificazioni dell’ex presidente e amministratore delegato non sono bastate a convincere gli azionisti del Sin, che il 27 marzo hanno dato il via libera (con sei voti a favore e un astenuto) all’azione di responsabilità nei confronti del parlamentare del Pd.

Carbone: “E’ un atto ritorsivo”
Carbone non ci sta e sentito da ilFattoquotidiano.it parla addirittura di “atto ritorsivo” nei suoi confronti, meditando querele contro chi ha dato il via alla causa intentata nei suoi confronti. “Nella mia esperienza al Sin, che ho lasciato con un incremento degli utili di circa il 30%, mi sono ridotto lo stipendio da 480mila a 60mila euro lordi, ho tagliato gli emolumenti ai dirigenti ed eliminato tutti i benefit. Mi è capitato di bloccare dei pagamenti al collegio sindacale e questo, evidentemente, a qualcuno non è andato giù”, contrattacca l’ex presidente. Quanto alle spese con la carta di credito aziendale, tutto legittimo assicura lui: “Mi chiedono conto dei voli dalla Croazia, ma non dicono che il 14 e il 17 agosto stavo tornando in Italia per partecipare ai Cda del Sin – prosegue Carbone – Mi chiedono indietro poco più di mille euro per il noleggio con conducente, ma non dicono che durante il mio mandato ho rinunciato e restituito due Audi A6 a disposizione della mia carica”.

Ho lasciato con un incremento degli utili di circa il 30%, mi sono ridotto lo stipendio da 480mila a 60mila euro

L’omessa vigilanza sul dg
Ma oltre alla restituzione delle somme contestate, al deputato del Pd la sua ex azienda chiede anche il “risarcimento dei danni per omessa vigilanza sull’attività dell’allora direttore generale, Paolo Gulinelli“. Anche Gulinelli era inciampato sulle carte di credito. Il 10 ottobre 2014 è stato condannato in primo grado con rito abbreviato a due anni di reclusione con l’interdizione, sempre per due anni, dai pubblici uffici (pena principale e accessoria entrambe sospese) e al risarcimento dei danni in favore del Sin (da determinarsi in separato giudizio) che gli contestava spese per alcune decine di migliaia di euro, e di Almaviva, socio privato dello stesso Sin, quantificati in 15mila euro. Condanna scaturita dall’esposto, giunto in Procura il 5 dicembre 2012, nel quale il Collegio sindacale ipotizzava a carico di Gulinelli “l’uso di carta di credito aziendale per spese non riconducibili a fini istituzionali”, si legge nelle motivazioni di condanna dell’ex direttore generale. “Non avendo ricevuto delucidazioni fino al giugno 2012, il Collegio aveva chiesto spiegazioni all’allora presidente Carbone”. Che, il 22 ottobre dello stesso anno, risponde con una lettera richiamata in sentenza dal giudice: “…’all’esito delle verifiche effettuate’ non apparivano sussistere ‘comportamenti anomali’…”.

Ma il collegio dei revisori confermava le irregolarità. Così, il 16 gennaio 2013 Carbone scriveva un’altra lettera, questa volta all’Agea, per ribadire che “non erano emersi, alla data della nota ‘…elementi tali da giustificare una segnalazione nelle sedi competenti per sospette fattispecie di danno’…”. Ma evidentemente il tribunale che ha condannato Gulinelli deve averla pensata diversamente. Anche sulla questione dell’omessa vigilanza sull’operato dell’ex dg, Carbone respinge ogni addebito: “Sono stato presidente e amministratore delegato quando la persona che avrei omesso di controllare non era più direttore generale. Io non sono né la Guardia di Finanza né la magistratura: alcuni acquisti palesemente estranei all’attività istituzionale furono da lui rimborsati, ma rispetto ad una nota spese di un dirigente per un pranzo di rappresentanza io non avevo poteri ispettivi per sindacare quanto da lui dichiarato. Tra l’altro quando sono arrivato al Sin non c’era alcun regolamento sulle spese di rappresentanza, fui io a farlo adottare”. E adesso spetterà ad un altro giudice stabilire se l’azione intentata dal Sin nei confronti di Carbone, proprio per omessa vigilanza sull’operato di Gulinelli, sia o meno fondata.

Twitter @Antonio Pitoni

AGGIORNAMENTO 

12 maggio 2017 – La III sezione civile del tribunale di Roma, però, ha dato ragione al deputato Pd, Ernesto Carbone, rigettando la domanda della Sin condannata a pagare spese di lite per 4.500 euro – LEGGI L’ARTICOLO