Non è difficile immaginare quali siano i sentimenti di Talib Kweli Greene dinanzi agli ennesimi assassinii di cittadini afroamericani, da parte di forze della polizia, che stanno incendiando le strade di tante città statunitensi e generando sdegno in tutto il mondo. Specchio tragico di una società, non serve nemmeno ricordarlo, che è una delle più violente del mondo. Del resto lui, che è a tutti gli effetti uno dei migliori artisti hip hop del mondo, si è sempre distinto per la sua dedizione ed il suo impegno nella difesa dei diritti delle persone sino a diventare per sua stessa ironica ammissione “prisoner of conscious” ovvero “prigioniero” dell’etichetta di rapper consapevole, come recita sarcasticamente il titolo del suo penultimo album.

Ad ogni buon conto non è certo una bestemmia vedere in lui uno degli alfieri del cosiddetto “conscious rap”. Non foss’altro che, in giorni pesanti come quelli che stiamo attraversando, giova sottolineare che una quindicina d’anni fa, insieme al collega Yasiin Bey aka Mos Def, Talib Kweli aveva organizzato “Hip Hop For Respect”: un progetto che vedeva aggregati 41 rapper, 41 “mc”, come si dice in gergo, per protestare contro l’uccisione di Amadou Diallo, un cittadino inerme massacrato e tramutato in colabrodo da 41 colpi di pistola sparati da alcuni agenti della polizia di New York. Certo, il nostro, nativo di Brooklyn, ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia di persone colte, di docenti universitari, e questo sicuramente gli ha fornito strumenti e mezzi che altri, nel giro hip hop, non possono vantare, cresciuti magari lontani dai libri e secondo le rigide regole della school of hard knocks della strada.

Musicalmente parlando sono due gli incontri chiave che nei Novanta hanno posto le basi per la sua successiva ascesa: uno è con un altro pezzo grosso dell’hip hop mondiale come il già citato Mos Def, con il quale ha pubblicato nel 1998 lo storico “Mos Def & Talib Kweli Are Black Star”. L’altro è invece con Hi-Tek, con cui ha inciso l’altrettanto importante “Train of Thought” nel 2000, utilizzando la denominazione Reflection Eternal: collaborazione che ha avuto un ritorno di fiamma qualche anno fa con l’uscita di un secondo lavoro intitolato “Revolutions Per Minute”, slogan efficace e metafora azzeccata che ci ricorda come un disco hip hop può avere in certi contesti sociali una forza dirompente ed educativa che altre forme più classiche di rappresentanza politica non possono determinare.

Per quanto concerne il cursus solista di Talib Kweli segnaliamo che anche i suoi primi lavori, come ad esempio “Quality” (2002), continuano ad essere plasmati nella fucina della Rawkus, anche se occorre specificare che la storica etichetta indipendente che ha promosso la causa dell’underground hip hop newyorkese era già passata alla MCA a partire dal 2001. Tra le chicche “Liberation”, un disco prodotto nel 2006 da Madlib, il genietto di casa Stones Throw, mentre è ancor fresca l’uscita del suo nuovo album, intitolato “Gravitas”, che può vantare qualche guest di assoluto livello come Raekwon.
Da non perdere venerdì 12 dicembre l’unica data italiana al TPO di via Casarini 17/5, Bologna, da anni casa del grande hip hop internazionale, la venue da cui stanno passando uno dopo l’altro molti degli artisti che hanno fatto la storia del movimento. 12 dicembre, anniversario della strage di Piazza Fontana, aggiungiamo noi: una data non banale per un rapper consapevole come Talib Kweli. Qualcuno gli racconti cos’è successo quel 12 dicembre del 1969, nel caso non ne fosse a conoscenza: ma forse non basterebbe nemmeno il fiume di parole di un rapper per raccontare Il romanzo delle stragi.