Dopo le polemiche domenicali, con lo scontro a distanza tra Angela Merkel e Graziano Delrio sulle riforme “insufficienti” messe in campo dall’Italia, il ministro delle Finanze di Berlino cerca di abbassare i toni. Wolfgang Schaeuble, arrivando al Consiglio Ue per la riunione dell’Eurogruppo dedicata all’esame delle bozze di legge di bilancio dei paesi dell’Eurozona, ha infatti corretto il tiro rispetto alle affermazioni della Cancelliera dando un giudizio ampiamente positivo sul Jobs Act. “L’Italia ha appena approvato una notevole riforma del mercato del lavoro“, ha detto il ministro considerato uno dei “falchi” del rigore, sempre pronto a bacchettare Roma per il suo debito elevato e notoriamente contrario alla sempre più concreta ipotesi che la Banca centrale europea possa avviare un piano di acquisto di titoli di Stato per rilanciare l’economia dell’Eurozona.

Quanto ai giudizi della Commissione Ue sulle leggi di Stabilità, Schaeuble ha però ricordato quanto già spiegato dal commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici: l’esecutivo Ue “ha proposto di concedere più tempo ad alcuni Paesi” che rischiavano di non rispettare le indicazioni del Patto di stabilità e crescita e “ora quel tempo deve essere usato per rispettare le regole”. Lo stesso Moscovici ha ripetuto che il verdetto finale su Italia, Francia e Belgio è rinviato a marzo, quando la Commissione “terrà conto da una parte della situazione macroeconomica” e dall’altra ”degli sforzi che gli Stati fanno per ridurre il deficit strutturale e fare le riforme”. Il rischio per l’Italia è che la Ue possa chiedere una nuova manovra aggiuntiva, dopo i circa 3 miliardi in più messi sul piatto da Pier Carlo Padoan a ottobre. Rischio più concreto – anche se le trattative tra Roma e Bruxelles continueranno fino a marzo – dopo che lo stesso Eurogruppo, nel comunicato finale, si è allineato alla Commissione europea nel chiedere all’Italia nuovi provvedimenti per ridurre il deficit. Padoan dal canto suo esclude che quelle parole vadano interpretate nel senso di una richiesta di manovra aggiuntiva. E, in un’intervista rilasciata alla Welt, dopo essersi detto contrario ai “rimproveri incrociati” tra Paesi europei (“ci troviamo sulla stessa barca, e dovremmo remare nella stessa direzione”) fa le pulci ai conti di Berlino sottolineando che “la Germania ha un surplus sull’export troppo alto, come ha sottolineato anche la Commissione”, e “ha bisogno di più investimenti. Questo sarebbe utile al Paese e all’eurozona”. 

Scarse reazioni al taglio del rating: il tasso di interesse sui Btp a dieci anni resta intorno al 2%

La sortita della Cancelliera, il declassamento del rating dell’Italia da parte di Standard&Poor’s  e il comunicato dell’Eurogruppo non hanno comunque provocato sussulti sui mercati. Lunedì mattina la Borsa di Milano è partita in calo dello 0,73%, ma nel corso della seduta ha recuperato terreno chiudendo a -0,68%. Maglia nera dell’area euro, in una seduta festiva con pochi scambi, è stato invece il listino di Parigi, in flessione dell’1%. Debole anche Francoforte che ha lasciato sul terreno lo 0,72%.

Per quanto riguarda l’impatto sui titoli di Stato, il taglio del merito di credito deciso da S&P non hanno provocato alcun aumento dei rendimenti: il tasso di interesse che Roma paga ai risparmiatori che hanno acquistato Btp a dieci anni si è mantenuto sotto il 2%, livello sotto il quale è sceso la scorsa settimana per la prima volta dall’introduzione dell’euro. E in chiusura si è attestato all’1,94%, nuovo minimo storico. I mercati evidentemente avevano già “scontato” la bocciatura dell’agenzia di rating, motivata con il forte aumento del debito, la crescita debole e la bassa competitività del Paese. In più continuano a pesare positivamente le aspettative di un “alleggerimento quantitativo” (“quantitative easing”), cioè appunto l’acquisto di titoli che Mario Draghi intende avviare per contrastare la deflazione e stimolare la ripresa. Giovedì si terrà il secondo round dei maxi-prestiti della Bce alle banche (Tltro) e, dopo il risultato in sordina dell’asta del 18 settembre, gli analisti presumono che le richieste si fermeranno a 150-170 miliardi sui 315 a disposizione. Un esito deludente renderebbe più urgente l’avvio del quantitative easing, perché dimostrerebbe che l’iniezione di liquidità negli istituti di credito, mirata a fare ripartire i prestiti all’economia reale, non sta funzionando.