Carolina Kostner è categorica: “Non coprirei mai chi si dopa e non merito una squalifica di più di quattro anni. Potrei decidere io stessa di voltare le spalle alle gare”. Per Kostner, l’accusa di complicità con il suo ex fidanzato, il marciatore Alex Schwazer trovato positivo al doping, è semplicemente irricevibile. “Io non mi sono mai dopata, non ho mai aiutato Alex a farlo, e non ne ho saputo nulla fino a che il test è tornato positivo. Com’è possibile che chiedano una punizione più alta per me rispetto a tanti atleti squalificati per doping?”.

Carolina ha atteso a lungo prima di dare la sua versione dei fatti, anche se una cosa non l’ha mai negata: di aver mentito all’ispettore antidoping che la mattina del 30 luglio 2012 si è presentato nella sua casa in Germania alla ricerca di Alex Schwazer. “È stato un grande errore che però ho fatto in buona fede, Alex si è fatto testare quella sera stessa e per me la storia è finita lì”.

Non voleva parlare, Carolina. Ma ora che la Procura del Coni ha chiesto ben 51 mesi di squalifica per “non aver denunciato” Schwazer, il momento per raccontare la sua verità è arrivato. Lo fa lasciando l’America con una settimana d’anticipo, salutando i tifosi accorsi a Dallas per assistere al suo show sul ghiaccio e imbarcandosi per New York prima e poi per Milano. Questa intervista esclusiva che ha concesso al Fatto Quotidiano è il frutto di più incontri, nei quali la campionessa del mondo ha voluto affrontare ogni accusa che le è stata mossa negli ultimi mesi e rispondere a tutte le nostre domande. Ieri mattina, appena atterrata all’aeroporto di Malpensa, la ragazza timida che desiderava solo voltare pagina però non c’era più.

Il tempo per subire in silenzio è finito: “La questione non è fino a che punto ci si spinge per amore, perché se avessi saputo che Alex si dopava, per il suo bene innanzitutto, l’avrei convinto a confessare. L’accusa di averlo coperto è per me insopportabile”.

Ricapitoliamo i fatti: la mattina del 30 luglio 2012, un ispettore suona a casa di Carolina Kostner a Oberstdorf, in Germania. Alex Schwazer, allora suo fidanzato, le chiede di dire che non si trova in casa visto che aveva in precedenza dato la propria reperibilità nel suo appartamento a Racines. Kostner lo accontenta e poi chiede al marciatore di andarsene e di farsi testare quel giorno stesso. Una volta uscita, Carolina si accorge però che l’ispettore, che non le aveva creduto, è ancora davanti a casa sua. Gli passa il cellulare perché si chiarisca direttamente con Schwazer, che quella sera verrà effettivamente testato. Se questo è l’elemento centrale dell’accusa, ci sono però diverse altre discrepanze tra le versioni dei due campioni olimpionici. Si tratta di dettagli: lui sostiene di possedere le sue chiavi di casa e lei nega. Lei ricorda l’evento alle 7 del mattino, lui alle 9. Per Kostner, dal balcone della mansarda non si vedeva la macchina dell’ispettore anti-doping, secondo il marciatore invece sì, e così via.

Carolina Kostner, la Procura del Coni ha chiesto una pena così alta dopo l’ultimo interrogatorio di Alex Schwazer. Si parla di diverse contraddizioni tra le vostre versioni dei fatti che minerebbero la sua attendibilità e dimostrerebbero la vostra “complicità”.
Le nostre dichiarazioni possono essere diverse solo su dettagli di poco conto, imprecisioni dovute al fatto che è passato molto tempo. Perché la verità è che tutto quello che ha fatto, l’ha fatto di nascosto. Lo sa lui e lo so io. Ma sono felice di entrare nello specifico.

Le versioni sarebbero discordanti su vari elementi secondari. Per esempio, Schwazer ha affermato di essere in possesso delle sue chiavi di casa a Oberstdorf, mentre lei durante l’interrogatorio l’ha negato.
Aveva le mie chiavi solo nei periodi in cui stava da me. Ma non le portava mai dietro quando ripartiva. Io mi allenavo tutto il giorno quindi gli prestavo un mazzo di chiavi perché fosse indipendente. D’altronde i nostri orari non coincidevano, quindi non sarebbe potuto rientrare a casa dopo i suoi allenamenti se non c’ero io.

Sostengono poi che l’ispettore antidoping si presentò alle sette del mattino. Lei invece disse che erano le nove.
Onestamente, la prima volta che mi hanno fatto questa domanda è stato un anno dopo i fatti in discussione. Di certo era mattina presto. Posso sapere però cosa c’entra l’orologio con il doping?

Ancora: lei sostiene, al contrario del suo ex compagno, che dalla sua mansarda non si vedeva l’auto del controllore.
E lo ribadisco. Forse Alex si è sporto dal balcone per avere più visuale, è una domanda da girare a lui.

Sono tutti dettagli che diventano rilevanti per via di un fatto certo: che lei, la mattina del 30 luglio 2012, disse che Schwazer non era in casa sua. Perché mentì?
Alex aveva dato la reperibilità in Italia, e quando hanno suonato mi ha detto: ‘Se è il controllore antidoping digli che non ci sono perché ho dato la reperibilità a Racines’. Io ero in cucina e in quei dieci secondi, mentre camminavo verso la porta di casa, non sono riuscita nemmeno a pensare. Ho aperto e ho fatto quello che mi aveva detto. Non capivo perché mi avesse chiesto di mentire, sono tornata indietro e gli ho detto di andarsene e di farsi testare immediatamente.

Perché ho mentito? Non avevo nulla da proteggere per quanto ne sapevo allora. L’ho fatto d’impeto

Ha mentito per proteggerlo?
Non avevo nulla da proteggere per quanto ne sapevo allora. L’ho fatto d’impeto. Lo so che ho sbagliato, ma ho avuto pochi secondi per decidere che cosa fare. Per me era assolutamente inconcepibile l’ipotesi che si dopasse. Alex non mi aveva mai dato motivo per pensarlo.

A cos’ha pensato in quel momento?
A qualunque ipotesi tranne che al doping, sia perché per me era fuori dal mondo, sia perché quando sono rientrata mi ha risposto che si sarebbe fatto testare quello stesso giorno, cosa che poi ha fatto. Quindi il dubbio, se mai l’avessi avuto, sarebbe andato via subito. Perché farsi testare quella stessa sera se hai qualcosa da nascondere? Gli ho detto: “Esco e quando torno non devi più essere qui, prendi le tue cose e vai a fare il test”. Lui era pronto per partire, solo che quando sono uscita di casa ho visto che l’ispettore era ancora lì.

Perché, secondo lei?
Forse perché c’erano due macchine parcheggiate davanti a casa mia, o forse perché io non sono per nulla brava a mentire.

È a quel punto che ha realizzato la gravità della situazione?
Non sapevo più cosa fare. Sono andata a fare le mie commissioni e quando sono rientrata ho passato il telefono al controllore perché parlasse con Alex. Non so cosa si siano detti, ma l’ispettore, finita la chiamata, se n’è andato. La sera mi ha telefonato Alex dalla sua casa di Racines dicendo che aveva fatto il test ed era tutto a posto. Per me è finita lì.

Quand’è allora che ha avuto la certezza che Schwazer si dopava?
L’ho saputo solo quando me l’ha detto in faccia. Cioè dopo che erano arrivati i risultati del test. Quando ho saputo della positività di Alex, mi sembrava impossibile che il motivo fosse il doping. Sono uscita di casa prima che potesse darmi alcuna spiegazione, senza dirgli una parola. Non avevo nemmeno il coraggio di chiedere. Vivevo un panico che non avevo mai provato prima. Quando sono tornata pensavo non fosse più in casa e mi sono detta: che faccio adesso se mi lascia senza sapere la verità, senza una spiegazione? Mi è passato in mente di tutto: magari ha usato troppo lo spray per l’asma, che può alterare i risultati. Magari il test è sbagliato. Magari, magari, magari. Mi sono attaccata a qualunque speranza.

Le dicono: Kostner, che non poteva non sapere.
Per me una relazione si basa sulla fiducia, e Alex non mi aveva mai dato alcuna ragione per credere che si dopasse. Non sentivo il bisogno di cercare conferme, dato che non avevo dubbi. Lui sostiene di non avermene mai parlato perché voleva proteggermi. In parte credo sia vero, ma c’è un altro elemento: ogni volta che saltava fuori il caso di un atleta dopato, io ero sempre durissima. E la stessa cosa vale per la mia famiglia: capitava a cena, con Alex presente, che mio padre andasse giù con la mano pesante sul doping. Credo sia stato zitto anche perché si vergognava enormemente.

Credevo sarebbe stato il padre dei miei figli. A una persona che ami così, dopo cinque anni di relazione, dai fiducia

Non è arrabbiata con Schwazer per averla messa in quella posizione?
In quel momento ero infastidita per la bugia che mi aveva chiesto di raccontare, ma non potevo neanche immaginare quanto più grande e grave fosse la faccenda. Alex era la persona che amavo, con cui pensavo di passare la mia vita. Credevo sarebbe stato il padre dei miei figli. A una persona che ami così, dopo cinque anni di relazione, dai fiducia.

Forse dai anche di più: non sono molte le persone pronte a denunciare l’uomo che amano.
È vero: ho mentito su sua richiesta, ma non l’ho mai e poi mai coperto, perché non avevo idea di quello che facesse. Chi mi accusa di leggerezza o ingenuità non sa la vita che fa uno sportivo a questi livelli. Torni a casa la sera dopo una giornata di allenamenti e sei talmente stanco che gli unici pensieri che hai sono: mangio e vado a letto. E poi io vivo e lascio vivere per carattere. Per me una storia d’amore si basa sulla fiducia, e io non sono il tipo che chiede cosa fai, dove vai, con chi, quando e perché. Non potrei mai, anche perché se qualcuno lo facesse con me, impazzirei. E poi ero una persona che cercava di vedere il bene negli altri.

Era?
Quello che mi è successo mi ha cambiata profondamente. Non so quanto ci vorrà prima che torni a fidarmi di qualcuno. Con Alex era stato amore a prima vista. Boom, colpita, persa. Però la mia vita era il pattinaggio, come la sua era la marcia. Il mio obiettivo immediato non era metter su famiglia, ma vincere l’olimpiade. Non c’era spazio per gelosie o pedinamenti. Non avrei avuto né l’energia né il tempo.

Era il 2012, l’anno in cui ha vinto i Mondiali.
Ero in piena stagione, quella dove ho ottenuto i risultati migliori della mia carriera. Nella mia testa c’era una sola domanda: come faccio a pattinare meglio domani, e dopodomani, e il giorno dopo ancora? Ho vinto la Coppa del mondo, e poi l’Europeo. Se mai avessi saputo, o anche solo sospettato che il mio ragazzo si dopava, non avrei mai e poi mai avuto la tranquillità per gareggiare così bene, per vincere. Io non reggo bene la pressione: lo dimostrano le cadute di Torino e Vancouver. La stabilità psicologica e la serenità per me sono indispensabili per portare a casa una medaglia: non ce l’avrei mai fatta se avessi avuto un dubbio così orrendo in testa.

Magari i segnali c’erano e lei non li coglieva per autodifesa?
I segnali sono sufficienti a farti venire il dubbio, e proprio non ce l’avevo. La mia mente, in quel periodo, era davvero libera.

Però Schwazer lasciava l’Epo tranquillamente nel suo frigo. Possibile che non se ne sia accorta?
Questa storia mi fa impazzire: se fossi un uomo mi chiederebbero davvero di sapere cos’ho nel frigo?

Si ricorda se l’Epo era nascosto in una confezione di vitamine B-12 come ha dichiarato Schwazer?
Il fatto è che vedere una scatola di vitamine per me non significava nulla, anche io tenevo dei fermenti lattici in frigo. Lo aprivo per prendere da mangiare, in automatico, non per controllarlo, anche perché non ne avevo motivo. Ripeto: tornavo a casa esausta e volevo solo riposarmi. Col senno di poi è facile rimuginare. Ogni giorno vorrei tornare indietro, aprire quel frigo e controllare cosa c’era dentro quella cavolo di scatola. Ma se anche l’avessi fatto, cosa sarebbe cambiato? Avrei dovuto far analizzare il prodotto per capire cos’era, e non mi sarebbe mai venuto in mente. Un conto poi è se in un appartamento ci vivi tutti i giorni. Un altro è se sei sempre in viaggio. Se ci ripenso, mi sento malissimo: sono stata presa in giro e anche parlarne adesso, per me è davvero difficile. È una ferita profonda e aperta.

Quando Schwazer ha vinto l’Olimpiade di Pechino, i giornali titolavano: “Oro al fidanzato della Kostner”. Può averla messa nei guai anche per invidia?
Non mi sento di speculare perché non spetta a me. Ma non posso credere che abbia voluto mettermi volontariamente nei guai. Di certo quei titoli non devono essere stati semplici per lui. Me ne rendo conto. Ne abbiamo anche parlato apertamente, ma io ho sempre cercato di non fargli pesare i miei successi, anche se volevo condividere il mio entusiasmo per le vittorie. Sapevo che capiva i sacrifici che stavo facendo.

Secondo lei da dove vengono i demoni di Alex?
Non lo so. Io ero un talento anche da giovane, ma non ho mai vinto con facilità. Alla mia prima olimpiade ho messo il sedere sul ghiaccio davanti a tutta la nazione, mentre Alex è entrato in scena e ha portato a casa l’oro olimpico. Forse le aspettative della gente lo hanno schiacciato.

Parlavate mai di doping?
Più volte Alex si era lamentato del fatto che, secondo lui, molti marciatori si dopavano. Lo faceva sentire frustrato, anche perché dopo l’oro di Pechino i risultati non arrivavano più. Io cercavo di fargli realizzare che quella medaglia olimpica era una conquista straordinaria. Era anche il mio sogno, eppure, al contrario di lui, non l’avevo mai raggiunto. Gli dicevo: “Ma tu ti rendi conto del privilegio che hai? Solo uno su mille ce la fa”. Ma non riuscivo a farlo stare meglio. Io ho dovuto imparare ad accettare il fatto di non vincere. E proprio quando l’ho accettato e mi sono rilassata, è arrivato il bronzo di Sochi. Lui non ha avuto questo percorso. Ma è così semplice parlare, giudicare. Solo qualcuno che soffre profondamente si comporta come lui.

Cos’ha pensato quando Schwazer ha portato da lei in Germania quel rumoroso macchinario ipobarico che non la faceva dormire?
Mi ha spiegato che serviva a migliorare la condizione del respiro. Sembrava un aerosol gigante. Magari aiuta, ma se non ti fa riposare bene che vantaggio c’è? Era una situazione tragicomica, io usavo i tappi, ma dato che in Germania quel macchinario è lecito non mi sentivo in diritto di dirgli cosa fare: ho sempre pensato che ognuno è responsabile di se stesso. E poi avevamo una regola: quella di non interferire mai con le nostre reciproche scelte professionali. Oltretutto, io ero la fidanzata.

In che senso?
Nel senso che non sono sua madre e non sono il poliziotto. Lo amavo e pensavo fosse una persona in grado di difendersi da se stessa, di fare le scelte giuste. Io ero così felice che venisse finalmente a trovarmi per un paio giorni che non avrei perso tempo a discutere. Ripensandoci non avrei dovuto fidarmi, ma se vedi un macchinario non lo associ al doping, perché il doping – credevo – non aveva nulla a che fare con noi. Certo, adesso basta che uno prenda un’aspirina e mi viene l’ansia.

Le contestano anche di aver incontrato l’allenatore Michele Ferrari assieme a Schwazer.
Stavamo tornando in macchina da una sua gara a Sesto San Giovanni e ci siamo fermati, mi pare, all’uscita di Verona nord. Alex doveva incontrare il suo preparatore. Siamo saliti sul camper e Ferrari mi ha dato la mano. All’epoca quel nome non mi diceva nulla.

Però era già stato bandito proprio per faccende di doping.
La mia difficoltà oggi è capire cosa sapevo allora e cosa invece ho appreso dopo. I ricordi si mischiano con le informazioni che hai man mano che il tempo passa. Ma posso dire che in quel momento non avevo avuto nessun campanello d’allarme, né la sensazione che fosse un incontro strano.

Anche se avvenne in un parcheggio?
Come atleti viviamo in un mondo spartano, lo vedevo come un risparmio di tempo. Ho pensato che Ferrari stesse andando da qualche parte e che per Alex, di ritorno dalla gara, fosse più comodo incontrarlo lungo la strada che non raggiungerlo in un secondo momento.

Nessuna tensione con il suo ex dopo l’incontro?
No, assolutamente, non ce n’era motivo. Era stata una cosa amichevole. Ho letto successivamente articoli su di lui, non ricordo quando, ma in quel periodo ero sempre all’estero, e non leggevo i giornali italiani. Vedevo pochissimo anche Alex: un weekend ogni tanto, giornate singole qua e là, magari mi accompagnava a una gara. Quella relazione, per me, era perfetta. Non avrei potuto frequentare un ragazzo che mi stava attaccato. Ci incontravamo agli incroci e quel tempo non lo sprecavamo a parlare di lavoro.

Quando lui ha ammesso di usare il doping non mi sono sentita di fare come tutti gli altri e abbandonarlo ora che era in miseria

Cos’ha detto ad Alex quando ha ammesso di fare uso di Epo?
Non avevo nulla dentro di me, nemmeno la rabbia. Solo disperazione. So che avrei dovuto proteggere me stessa, invece non mi sono sentita di fare come tutti gli altri e abbandonarlo ora che era in miseria. Mi dispiaceva per lui perché stava andando incontro a un’enorme umiliazione pubblica. Continuavo solo a ripetere: perché. Perché. Perché. Lui era distrutto. Penso che alla fine si sia fatto testare perché non ce la faceva più.

Ha avuto paura che potesse fare qualcosa di stupido?
Quando si è messo in macchina per andare da casa mia alla conferenza stampa dove ha confessato tutto avevo un grande dubbio. Avevo paura. Quando ho saputo che era arrivato mi sono sentita davvero sollevata.

A gennaio arriverà la sentenza del tribunale antidoping. Cosa ne sarà del suo futuro?
Le medaglie per cui ho sacrificato così tanto, le ho ottenute anche per l’Italia. Fino a oggi ho rappresentato il mio Paese. Da domani potrei pattinare solo per me stessa, portando opere e spettacoli in tutto il mondo, come sto facendo in questi mesi. Mi dispiacerebbe però stare lontana da tutte le persone che mi hanno incredibilmente supportato in questo periodo. Un tempo mi stupivo dell’affetto della gente, oggi quell’amore mi dà la forza di reagire: mi sembra di avere un’arena che fa il tifo per me. Quel che è certo è che la mia vita sul ghiaccio non può togliermela nessuno. Il mio futuro è sui pattini, perché quello è il mio ambiente, e lì io sono a casa.

@BorromeoBea

da il Fatto Quotidiano del 2 dicembre 2014