Il 25 novembre c’è la svendita di donne ferite, sventrate, massacrate, a cura di uomini violenti, possessivi, sentimentalmente analfabeti. Durante questa giornata, oramai diventata vetrina di chiunque voglia rivendere qualunque cosa, dalle sfilate di mode, alle belle acconciature, agli ingressi in locali notturni, ai convegni con esposizione di donna livida d’autore, vedrete in quanti modi può essere svilita l’immagine di una donna dalle professioniste del vittimismo che considerano quasi un peccato mortale parlare di donne forti, che realizzano sogni e che possono dare un esempio diverso a tutte le ragazze che leggono o sono in ascolto.

E’ una retorica perversa quella che si realizza e che viene condivisa oggi. E’ la giornata in cui le donne vengono valorizzate per i lividi che portano in corpo, e chi non ce li ha farebbe bene a inventarseli perché sembrerebbe quello l’unico modo di essere protagoniste in questa società che si regge sul vittimismo. Mostra i tuoi lividi invece che i tuoi sogni. Mostrati affranta invece che rivendicativa e autodeterminata. Mostrati fragile e consegnati nelle mani di un tutore qualunque che alla prima occasione ti rimetterà al posto tuo perché tu dovrai fare solo quella cosa lì: la vittima.

Giornata contro la violenza

Qual è il guadagno che si fa sulla pelle delle vittime, in questa giornata senza senso? Moltissimo. Fior di soldi pubblici che si muovono per realizzare iniziative in cui le donne abusate diventano fenomeni da baraccone. Soldi che arrivano da vari enti pubblici, per iniziative nelle quali solitamente vedi l’assessore che porge il suo saluto, la deputata che fa un po’ di campagna elettorale rivendicando l’approvazione di leggi che non servono a nessuno, la volontaria d’ordinanza che si improvvisa specialista del settore e non importa se nel percorso governativo stanno prendendo a calci in culo i luoghi che si occupano di questo da molto tempo e che sono consapevoli delle questioni di genere.

Non mi stupirebbe, oggi, vedere della truccatrice horror, a contornare gli sguardi di lividi ben fatti, prima che ciascuna entri in scena ed esibisca un dolore peloso, fatto di bieco interesse e di speculazione che si realizza assumendo la violenza sulle donne come alibi per anestetizzare tutte sulla violenza economica, la lotta di classe, la differenza tra un ceto e l’altro. Sono donne ben vestite, quelle che vedrete circolare oggi, per la maggior parte, e se ne fregano del fatto che non avete casa e reddito. Potrete urlare mille volte che rischiate di morire per lo sfratto esecutivo, per il lavoro ai limiti dello sfruttamento che siete costrette a fare, perché non avete reddito, perché siete nude, di una nudità che non scandalizza nessuno, perché non avete niente, non vi resta nulla, siete senza speranza, sogni, soldi, futuro.

Provate a intervenire ad una delle tante iniziative che si celebrano nella vostre città e chiedete alle donne che fanno tanti bei discorsi quanto e come vorranno sostenervi nella richiesta di casa, reddito, garanzia di diritti che vi mettano in condizioni di essere autonome. Perché il punto chiave della faccenda è tutto qua: cosa discuto a fare, io, di donne morte, se voi state lasciando crepare tante persone privandole di ogni diritto possibile?

Io vi segnalo un articolo scritto a sei mani, da tre donne, io, Angela Azzaro e Anna Paola Concia, tutte arcistufe di questo modo di trattare l’argomento. Contro le #professionistedelvittimismo, perché il vittimismo serve a chi ci vuole deboli. Leggetelo, se potete e pensateci. Buon 25 novembre.